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La grande bruttezza

DIARIO IN PUBBLICO
La grande bruttezza

E mentre sempre più mi montava l’insofferenza contro l’orrendo film di Sorrentino, ‘Loro 1’, ripensavo al giudizio del ragionier Fantozzi all’ennesima visione della ‘Corazzata Potëmkin’. Nel film la celebre frase del ragioniere viene travisata e riproposta secondo una falsificazione dei nomi:
“Nel film Fantozzi, obbligato insieme ai colleghi a “terrificanti visioni dei classici del cinema”, dice infine che per lui “La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”, con successivi 92 minuti di applausi. Peraltro Potëmkin diventa Kotiomkin e Eisenstein diventa Einstein. È per far ridere, ma anche perché la produzione del film di Fantozzi non ottenne i diritti per usare le scene originali: quelle che vengono mostrate a Fantozzi e colleghi sono infatti scene girate apposta a Roma da Luciano Salce, regista del film, sulla scalinata di Valle Giulia, vicino alla Galleria Nazionale di Arte Moderna. (‘Il Post’, 3 luglio 2017).
Mi servo della correzione del titolo proprio perché il film di Sorrentino opera una falsificazione etica che corrisponde appieno alla nostra età e al nostro giudizio politico. Mai visto un film più compiaciuto e falso, non tanto per la scorpacciata di droga e di belle figliole sempre oscenamente intente a esercitare il mestiere più antico del mondo, quanto per il fatto che al posto della denuncia c’era il compiacimento di quanto lui, il regista, fosse bravo. E no! Caro Sorrentino esiste anche il senso dell’eticità e non la scommessa di fare del moralismo compiaciuto; se no diventi come loro. Anche la bravura di Toni Servillo è falsa.
Conclusione: a B. sarà sicuramente piaciuto. Un punto alla sua freccia.

La delusione del e per il film nasce dal fatto che, sull’onda dell’indubbia arte del regista, lo sbandierassimo soggetto – vita e opere di B. – potesse diventare momento finale delle precedenti prove (dal ‘Divo’ alla troppo osannata ‘Grande bellezza’), potesse rappresentare uno sguardo critico sul discusso personaggio. Lo sguardo c’è ma completamente travolto dalle ossessioni estetiche, che diventano maniera e compiacimento mai giudizio. Si esce con la sensazione che il sesso, gli odori del coito, la vendita libera delle prestazioni siano la ‘normalità’ di comportamento per quella categoria sociale, per ‘loro’. E’ il punto di vista di una tenutaria di case chiuse rispetto ai suoi clienti. Ciò che ci si aspetta allora dovrebbe diventare la domanda centrale: perché? Come si è giunti a questa visione del mondo? E qui la risposta fallisce il bersaglio. Ci si perde nelle visioni oniriche care a Fellini (ma che differenza!) si raccatta il mostruoso nella sua funzione estetica di sublime in modo imparaticcio, le figliole si contorcono in gesti studiati e di una noiosità infinita. Il sesso divenuto modo d’essere perde la funzione di scandalo e quindi permette una via di scampo all’opera di B. che fa dunque il suo mestiere e viene in un certo senso assolto.
Tutto questo corrisponde appieno ai soggetti preferiti dell’arte. I pittori più frequentati e amati, a cominciare dall’ormai ‘insopportabile’ Caravaggio, esplorano i bassifondi delle città, della psiche, della società. Si costruiscono mostre a ripetizione sugli impressionisti, si esplorano i lati proibiti della cosiddetta ipocrisia borghese (celebre il forse falso invito che in età vittoriana sollecitava a coprire le gambe del pianoforte appunto perché erano gambe!), si arriva anche ad indagare il lato oscuro dei quadri nella pur bella mostra ‘Stati d’animo’, si fanno film come quello su Oscar Wilde che recuperano la necessità artistica dei ‘maudits’.

E i politici si comportano in parte proprio inscenando i loro ‘teatrini’, difendendo le ragioni del ‘popolo’ le cui origini sono teatrali, come per il guru del M5S, o hanno per protagoniste belle figliole che ondeggiano su tacchi a spillo, scuotono la chioma trascinando con nonchalance l’oggetto simbolo del loro lavoro: zaino e trolley. Chissà cosa si diranno nelle scene immortali di sussurri e grida nascosti dietro il paravento della mano che scopre e nasconde. Mi domando se prima dell’evento si spruzzino in bocca il salva odori come fa B. nel film. Severamente impettiti poi si concedono al flash e alla domanda urlata, quasi sempre sorvegliata da quella icona che mangiucchia la penna spacciandosi per quel giornalista che non è.
Capire se in questa età di transizione il danno e la falsità provengano da ciò che la generazione mia e quella successiva hanno prodotto sull’onda della grande illusione: il Sessantotto.
Leggo – approvando e con un senso di colpa – il severissimo articolo di Curzio Maltese apparso sul ‘Venerdì’ di Repubblica del 27 aprile 2018: ‘Quelli che fucilavano i Taviani’. Eccone uno stralcio su cui bisognerebbe riflettere: “Quando uscì Allonsanfan, uno dei capolavori del cinema di Paolo e Vittorio Taviani, la critica militante di sinistra, lo stroncò con allegra ferocia. Un commiato dalla lotta rivoluzionaria da parte di borghesi di sinistra con la coscienza infelice, un invito al ritorno al privato”. I Taviani divennero quel simbolo e a Maltese fu imposto di far leggere un comunicato degli autonomi da parte del loro capo. E vedete le coincidenze col film di Sorrentino! Maltese incontra “per caso alla Mondadori dov’era diventato una specie di boss berlusconiano” lo stesso personaggio e gli chiede conto del cambiamento a cui lui risponde che “si cambia col tempo”. Non aveva capito nulla e tantomeno la qualità dei film dei Taviani a cui forse Sorrentino avrebbe potuto accostarsi avendo più coraggio. E giustamente Maltese ricorda cosa preconizzava il messaggio dei Taviani che “vedevano oltre le scintille la montagna di cenere dell’incombente Restaurazione che sarebbe cominciata qualche anno dopo e dalla quale siamo ancora sovrastati”.
Sorrentino avrebbe potuto cogliere il senso di questa Restaurazione, ma purtroppo le bellurie filmiche l’hanno travolto in un insolito destino di banalità del male.
Peccato.

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