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La lingua in evoluzione. Parole, espressioni, modi di dire

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La lingua in evoluzione. Parole, espressioni, modi di dire

Tempo di lettura: 7 minuti

Scritto a quattro mani da Laura Dolfi e Gianni Venturi

A un mio grido “BASTA”, urlato sulle pagine fb che metteva in evidenza alcuni lessemi ora di moda e che invitavo ad arricchire con altri esempi inviati dai miei 25 lettori, si è aperto un fruttuoso dibattito che si aggrega attorno all’importante riflessione offertami da Laura Dolfi, amica carissima e tra le maggiori ispaniste. Così nasce questo pezzo in cui le parole o i modi di dire criticati sono evidenziati in rosso e a volte commentati dagli stessi proponenti.

Va da sé che a questo punto sia obbligato ad usare il più diffuso tra i modelli di saluto: ‘buonagiornata‘,  che potrebbe essere sostituita con il più usuale e naturale ‘buongiorno’ fino a qualche tempo fa il più diretto e semplice tra i saluti.
La risposta di chi legge queste righe e che esprimerà approvazione o negazione si attesta sui terribili ‘assolutamente sì – assolutamente no‘, senza i quali oggi nessun intervento pubblico, ma anche privato, può sussistere. L’abbondanza dell’uso non solo esibita dai politici, dai giornalisti, o nei social ora s’arricchisce dall’uso smodato che ne fanno virologi e scienziati. Mi ricordo che una volta scappò detto anche al severissimo Massimo Cacciari.
Al proposito mi sembra necessario riportare parte di un articolo di Tomaso Montanari, Insegnamento a distanza, come ‘stare in cattedra’, apparso su Il Fatto Quotidiano del 23.3.2020, dove l’autore commenta la lingua che si usa nelle cosiddette ‘lezioni a distanza’ in uso ora nelle scuole e università per le note vicende legate al corona virus:
“Oltre tutto questo, c’è poi un problema più profondo, e un rischio più grande, che riguarda tutti i gradi dell’istruzione, ma è più tangibile via via che si sale verso l’università. Ed è la tentazione di pensare che in fondo la didattica online sia del tutto equivalente a quella vera, e che anzi sia preferibile. L’affermazione delle università telematiche (che ho sempre considerato un’aberrazione, una contraddizione in termini: come musei solo virtuali, sesso solo on line, cucina solo in tv…) sta di fronte a noi come un monito: non è che dopo il coronavirus si alzerà qualcuno a dire: “Perché non continuiamo sempre così?”. Non sembri una paranoia da recluso: in molti dipartimenti (quelli a più alta densità di professori che esercitano una professione, come per esempio i giuristi) la spinta c’è da molto tempo, ed è sulla didattica a distanza che vengono istradate molte risorse premiali”. Questo tipo di didattica, ovviamente legato alla necessità di superare la ‘criticità‘ debitamente usata da Montanari (mi perdoni Tomaso?) del momento, cercherà di prolungarsi nel tempo e quindi di essere usata in modo permanente.
E di queste formule linguistiche ricordo una che per fortuna sembra scomparsa: ‘xké = perché’. Il campo è cosi vasto che occorrerebbe come suggerisce Francesco Monini la consultazione del Dizionario dei Luoghi Comuni di Flaubert. E incalza Anna Dolfi denunciando l’uso di ‘Senza se e senza ma – Qui lo dico e qui lo nego‘. A questa conclusione si potrebbe applicare l’interiezione che è ormai diventata una cifra stilistica di Fiorenzo Baratelli: ‘Ottimo‘ che sigla ogni suo intervento. E’ certamente un ‘grosso‘ problema giustamente rimproveratomi anni fa da Giorgio Cerboni Baiardi per lo scambio comune ormai e quindi accettato forse anche dalla Crusca tra ‘grosso-grande‘.
Le ‘problematiche‘ al luogo dei più semplici ‘problemi’, che sta raggiungendo il suo picco, spesso si insinuano in un linguaggio tecnico sottolineato da Giangi Franz che suggerisce: ‘Ecologia del linguaggio = ecologia del pensiero‘. Potrebbe diventare: ‘pensiero ecologico‘?
Ma che dire del terribile ‘piuttosto di – invece di‘ usatissimo come sottolinea Silvia Manzoli, specie aggiungo io nel linguaggio sindacale (Maurizio Landini ne è un campione), e del veramente orrendo (scrive Alfredo Potena) ‘Rappresentazione plastica‘, a cui si aggiunge ‘E’ stato aperto un tavolo‘ (Luca Brunelli). Simonetta Cini scrive di provare senso di nausea di fronte a ‘imperdibile‘.

Il gioco e la lista potrebbero proficuamente continuare ma è ora di lasciare lo spazio alla importantissima riflessione di Laura Dolfi che qui trascrivo, ringraziandola di cuore:

“A proposito delle contaminazioni da altre lingue basta pensare all’espressione ‘con i complimenti di’ ormai diffusa nei nostri alberghi che lasciano in omaggio nelle camere cioccolatini o altro e che è una chiara traslitterazione dall’inglese compliments. Ed è spesso l’inglese, cioè la lingua che si è imposta come veicolo di comunicazione internazionale, ad offrire altri significativi esempi, a volte circoscritti nell’ambito della sfumatura. Penso al frequente ‘non c’è problema’, derivato da no problem, che sta sostituendo il ‘non ci sono problemi’ fino ad anni fa comunemente usato in italiano: l’ho notato per la prima volta, ma in modo costante nelle serie televisive americane trasmesse in TV (di nuovo indicate con un’altra parola, ispanica in questo caso, telenovelas) che proprio per la loro natura seriale imponevano traduzioni fatte in fretta e che quindi facilmente potevano cadere nella traslitterazione. Ma mi sono trovata anche con dei ‘piccoli annunzi’ invece dei consueti ‘avvisi economici’ e anche in questo caso si vede facilmente sullo sfondo una lingua straniera (i petites annonces francesi, ecc.).
Accanto alle traslitterazioni poi ci sono le mode, cioè i prestiti innecessari, come il ‘golpe‘ che, dopo il Cile, ha sostituito il nostro ‘colpo di stato’ o anche quel ‘trial‘ o quel ‘shut down‘ che imperversano in questi terribili momenti di coronavirus in sostituzione di equivalenti italiani altrettanto degni e efficaci. E in questo campo gli esempi sarebbero numerosi.
Ma naturalmente è evidente che, in molti casi, accanto alla moda, agli errori di traduzione per fretta, ecc. c’è la voglia di essere rapidi, insomma vince la parola (o la forma) più breve. Ne sono testimonianza le abbreviazioni usate per i messaggini inviati sui cellulari, spesso passati anche alle mail. Mi ricordo vari anni fa, dopo aver ricevuto la mail da uno studente che usava queste abbreviazioni, di aver iniziato la lezione con una breve parentesi ‘fuori tema’, cioè con un commento a quel messaggio. Quello che mi premeva sottolineare – e lo dissi esplicitamente – non era tanto rilevare il fatto in sé (visto che la scrittura è una convenzione e ci si poteva accordare su tutto) ma la probabile non-coscienza degli strumenti utilizzati. Quanti di loro infatti si rendevano conto di cosa stavano usando? se infatti scrivevano ‘ke’ invece di ‘che’ ricorrevano all’alfabeto fonetico internazionale, cioè a quell’alfabeto che segnalava la perfetta resa di un suono gutturale che si concretizzava graficamente in modo diverso nelle varie lingue (‘che’ in italiano, ma ‘que‘ in spagnolo e francese, ‘ke‘ in inglese, ecc.); se invece usavano ‘x‘ ricorrevano a un segno matematico che non aveva niente a che vedere con la fonetica, e tantomeno con la scrittura visto che rimandava a parole completamente diverse (il ‘per’ italiano, tradotto in altre lingue, aveva equivalenti dissimili sia per grafia che per suono); se poi usavano un emoticon ricorrevano ancora a un altro codice, cioè a una sorta di ideogramma. Insomma quella che stavano utilizzando nei loro messaggi, in forma ‘non cosciente’, era una miscela di codici diversi con l’unico obiettivo di risparmiare tempo e spazio.
Questa non coscienza dei codici utilizzati ha poi anche dei risvolti ‘divertenti’, mi ero trovata infatti a riflettere – e forse mi sarà capitato di raccontarlo già – su quanto mi aveva riferito un collega di storia, e cioè di uno studente che, agli esami, gli aveva parlato del famoso generale Biperio. Anche in questo caso insomma, al di là dell’ignoranza del ragazzo, quello che era interessante era il fatto che alla base c’era un errore di codice: per leggere gli appunti della lezione che un compagno gli aveva passato il ragazzo aveva infatti utilizzato, invece del codice grafico italiano, quello delle abbreviazioni che evidentemente gli era più familiare (ed è inutile dire che il Generale alluso era Nino Bixio).”.

 

 

 

 

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