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Le ragioni dei ragionieri
ragioniere calcolatrice ufficio
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Da sempre ricordo il mio insegnamento all’Istituto Tecnico per Ragionieri Vincenzo Monti di Ferrara tra le mie esperienze più esaltanti nella mia ormai lunghissima missione pedagogico-didattica; perché in quegli anni, proprio in quell’Istituto, insegnavano maestri della cultura non solo ferrarese: da Roberto Pazzi all’amica di una vita Elettra Testi, da Roseda Tumiati Ravenna a Gianni Giordani a Luciana Roccas Sacerdoti, per nominare quelli a me più vicini.

Qui ho avuto la fortuna, come molte volte ho raccontato, d’insegnare per un anno nella sezione A, dove ho conosciuto, partecipato, aiutato, la crescita culturale di straordinari ragazzi e ragazze che ancora oggi restano tra i migliori amici di una vita. Tra costoro Fiorenzo Baratelli, con il quale continuativamente si esplica uno scambio culturale, specie da quando fu nominato direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara, carica oggi ricoperta dal filosofo Nicola Alessandrini.

Fiorenzo ha sviluppato verso quel tipo di studi un’avversione forse capibile per chi si sentiva chiamato ad altro tipo di studi e per quella necessità di scelta tipica, a quei tempi, di chi proveniva da una famiglia operaia o di modesta condizione economica. E anche dopo la sua brillantissima carriera dall’Università di Sociologia di Trento ai prestigiosi incarichi in ambito politico-culturale, per lui la parola ‘ragioniere’ evoca qualcosa di non amato, o meglio rifiutato anche in base ad esperienze dirette avute in quella scuola.

Inutile però rammentargli che a me deve la conoscenza di quel ragioniere – anzi ‘il Ragioniere’ – che è stato il più grande poeta del Novecento: Eugenio Montale [Qui]. E con che soddisfazione entrambi abbiamo sbandierato il servizio apparso su la Repubblica del 16 novembre di Corrado Zunino [Qui], Quel cinque in chimica la macchia sulla pagella del ragionier Montale.

Eusebio, come racconta l’articolo, fu costretto dal padre a seguire Ragioneria, per poterlo poi impiegare nella ditta di famiglia, la cui attività era l’importazione di acqua ragia. E, poiché tout se tient, tra i clienti c’era la ditta Veneziani dove lavorava Italo Svevo…Il poeta è un ragazzo sofferente e apparentemente svogliato. Gli verrà data un’insufficienza in Chimica nel primo trimestre e si salverà solo per i voti eccellenti nelle materie cosiddette umanistiche.

A questo punto, per associazione, mi sovviene il mio lungamente odiato rapporto, non con le materie scientifiche, totalmente ignorate da me, che non riesco a fare un’equazione, ma con il latino, in cui ebbi, prima come insegnanti, poi come colleghi, i più illustri del tempo: Alessandro Ronconi [Qui] e Antonio La Penna [Qui].

Il motivo era semplice; le lezioni si svolgevano alle 15 ed io, da un’intera vita, a quell’ora dormivo e dormo. Miseramente fallii il primo esame su Orazio e, con una sentenza che rimase impressa nel mio immaginario, ricordo la voce pensosa di La Penna che mi sussurrava “solo per rispetto all’amico Walter Binni [Qui], di cui lei è un allievo importante, non concretizzo in voto il mio giudizio!”

Altro che Ragioneria…. Altrettanto con Ronconi, che insegnava grammatica latina e che aggrediva letteralmente lo studente allorché entrava, urlandogli una frase che si doveva immediatamente tradurre. La figura miseranda si configurò in un surreale discorso, che espressi con l’incoscienza della disperazione. All’urlo: “Gli ambasciatori vennero a Roma per recare doni” risposi che non si poteva tradurre, perché recare era verbo intransitivo!

Ma i ragionieri, come suggerisce una Intervista al signor Rossi che Michele Serra [Qui] fa a Vasco Rossi [Qui] apparsa sul Venerdì di Repubblica del 12 novembre scorso, sono straordinariamente importanti in un territorio quale quello che si svolge lungo la via Emilia e che, seppur tangenzialmente, tocca anche Ferrara.

Serra dà un resoconto assai preciso e puntuale della vocazione economico e culturale di quella zona, una vocazione non riferibile alla borghesia ma al “popolo”: “Enzo Ferrari è figlio di un meccanico, Lucio Dalla di una sartina, Francesco Guccini di un impiegato alle Poste, Gianni Morandi di un ciabattino, Ferruccio Lamborghini e Serafino Ferruzzi entrambi di contadini, Enzo Biagi di un magazziniere, il clan transoceanico dei Panini nasce dai campi e da un’edicola nel centro di Modena, Ligabue il cantante ha cominciato come operai metalmeccanico, Ligabue il pittore era povero , rachitico e senza padre”[ivi, p.15].

In questo ambiente è cresciuto Vasco Rossi in quanto “figlio perfetto di questa terra che ha deciso di testa sua, dove non è chi ha fatto il Classico, ma chi ha fatto L’Istituto tecnico e Ragioneria, a battere ogni primato” [p.16]. Così come il mio ragionier Baratelli, uomo di infinite letture, mutatis mutandis Vasco Rossi, con una punta di orgoglio, afferma di avere letto per ben due volte l’intera Recherche proustiana, Aut-Aut di Kierkegaard e Heidegger durante la pandemia.

Certo, confessa avrebbe voluto fare il Classico o lo Scientifico, ma quella era stata la strada se non imposta subìta. E con orgoglio ricordo a Fiorenzo, che a quel Tecnico mi ha conosciuto e si è aperto a quella cultura, che anch’io in altra situazione sono stato costretto a seguire. Non il Classico, ma le Magistrali. Conclude Serra: “E dunque lunga vita a Vasco lunga vita a chi voleva fare il Classico ma ha fatto il Tecnico e gli è bastato per conquistare il mondo” [p.21].

In questi mesi, ormai anni, che rintanati nei nostri fortilizi, cerchiamo di combattere non solo un virus, quello del Covid, ma anche ciò che sembra sia infettato da altre pericolose scelte, ad esempio quelle del Matteo fiorentino, che a sentir come spiega e parla, ho soprannominato alla francese baguette che nella mia forse improbabile versione traduco in filone.
A livello metaforico certamente!

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

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