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Questione d’orecchio
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Sempre attratto dalla fisiognomica mi affiggo a riconoscere le più straordinarie orecchie esibite da personaggi pubblici in questo tempo di pandemia. Ecco che senza ombra di dubbio quelle che eccellono per la loro curva e la loro preponderanza sono quelle di Francesco Paolo Figliuolo, Commissario dell’emergenza Covid e di Pietro Senaldi direttore di Libero. Scendendo poi al livello metaforico si riconosce, a chi è competente in campo musicale, quelli che ‘hanno orecchio’ e a quelli che ne difettano il non averne. Salta immediatamente all’orecchio, dunque, che chi non stona è sicuramente il Figliuolo, mentre a mio parere chi prende terribili stecche è il giornalista.

Rientra poi nell’accezione positiva – sempre se si parla di fisiognomica – anche l’imponenza con cui il militare si presenta: dalla penna sul cappello alla divisa corazzata di mostrine che, mi comunica un finissimo intellettuale come Fernando Rigon, hanno in gergo militare un nome strepitoso. Cito: “Gianpavese  hai superato te stesso nell’articolo su Figliuolo, pelosi e Letta al plurale. Un’integrazione linguistica: le onorificenze pettorali e le medaglie in gergo militare si chiamano ‘banane’. Vezzeggiativo o spregiativo?…”.

Un‘altra non secondaria qualità, che rende umana la figura del nostro Commissario dell’emergenza Covid, è l’esporre il proprio corpo alla curiosità del pubblico, quando decide di vaccinarsi con quello ‘maledetto’, di cui è ormai difficile pronunciare il nome che ora è Vaxzevria, provocando l’analisi satirica strepitosa di Luciana Littizzetto in Che tempo che fa, interessatissima al seno del Commissario. Quello che invece risulta stonato nelle frequentissime apparizioni del Senaldi è la sua vocazione alla pedagogia della critica e del rifiuto. All’aprirsi della bocca le orecchie sembrano mettersi in movimento autonomamente e siglare con imperio le affermazioni pronunciate con tono sempre asseverativo. È logico che queste note vogliono alleviare, se fosse possibile, il difficile momento che stiamo passando.

Circondato da amici straordinari  attenti alle conseguenze linguistiche spaventose che da ormai troppo tempo imperversano sulla nostra infelice cultura riporto, con il suo permesso, una mail che il professor Claudio Cazzola, docente di latino a Unife, ma prima di tutto uno dei miei più cari e amati ‘allievi’ mi ha spedito:
“Mi permetto di cambiare argomento, essendo stato io deliziato dalla pronuncia ‘règime’ adottata dal generale Figliuolo come da te sapientemente segnalato. Proprio in nome di questa delizia, vorrei sottoporti, al rovescio, alcune prelibatezze offerte dai messaggi che sono apparsi in sovraimpressione ieri sera su Telestense durante il commento alla partita della Spal:SPAL, voglio che sei vincente oggi!

  1. Ragazzi, mettiamolaci tutta!
  2. Era gol, non ce la tecnologia in B!
  3. Servon soldi per vincere, altrimenti si va in defolt!
  4. NN vedono CKE Missiroli cammina in campo!

E mi fermo qui. Non mi straccio le vesti, ma è amaro constatare il livello di padronanza della lingua (anche il vocabolo straniero è storpiato…).”

Frattanto mi adopero a rendere meno impervio il cammino dantesco della mia amatissima pro-nipote Isabella, con la quale e con la sua amica Pally in video conferenza passiamo momenti per me confortanti nello spiegare i temi, la storia, le parole di LUI. Mi sembra di tornare indietro nel tempo, quando per 15 anni il mio impegno totale è stato quello di rendere storicamente comprensibile la lezione del Sommo e in questo aiutato, e non lo ringrazierò mai abbastanza, dalla straordinaria qualità delle recite di Roberto Benigni.

Stavamo tranquillamente leggendo (seppure non come Paolo e Francesca), ma come per loro ‘solo un punto fu quel che ci vinse’, quando incontrammo la figura di Farinata degli Uberti. Manente degli Uberti detto Farinata; con aria assorta interloquisce Isabella “perché Farinata?”. Certo tutti noi sappiamo cos’è la farinata tratta dal grano macinato per cui farina, ma perché il terribile condottiero viene così soprannominato?
Febbrilmente mi metto a sfogliare ben 16 commenti all’Inferno dantesco. Tutti imperturbabilmente riferiscono che così era chiamato, ma il perché nessuno lo spiega. Consulto l’Enciclopedia dantesca: nulla. Telefono in Svizzera all’amico Stefano Prandi illustre dantista, ma la risposta è ancora negativa. Quasi vergognandomi telefono a colui che considero il maggior dantista italiano e non solo: l’amico carissimo Marco Ariani. Scoppia in una delle sue inimitabili e fragorose risate, confessandomi che qualche sera prima, sentendo Benigni al Dantedì recitare il poeta, si era posto la stessa domanda ma…anche lui, Marco, non lo sapeva. Mi ha detto che quello sarà l’impegno più stringente che curerà in questi giorni.

Frattanto il mio amatissimo nipote Ludovico fa una ricerca su Google e riporta la notizia che il soprannome deriva probabilmente dal colore dei capelli di Manente ‘biondo platino’ assimilabile al colore della farinata. Mah! sembra una spiegazione applicabile a qualche film storico girato sulle rive del Tevere negli anni Cinquanta. Comunque sia la straordinaria creatività di Durante-Dante, che passa dall’avverbio del suo nome intero a quello verbale del diminutivo, mi rende contento.

E spero anche voi.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

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