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Sui rimedi alle tremende (e istruttive) volgarità televisive

DIARIO IN PUBBLICO
Sui rimedi alle tremende (e istruttive) volgarità televisive

Tempo di lettura: 5 minuti

Mentre con estrema cura mi leggo la vagonata di note che illustrano il libro di Gigliola Fragnito, La Sanseverina, ripasso il dialogo che intreccerò lunedì sera al Libraccio con Francesca Boari sul suo romanzo Animula blandula poi, in sosta, comincio la ricerca di cosa vedere in tv.
Ritrovo un bellissimo film Lettere da Berlino che già mi aveva commosso; ma purtroppo a un’ora assai presta era finito. Così ho deciso di vedermi la finale di un furoreggiante programma di esibizioni danzanti, a cui partecipavano nomi noti e un poco imbarazzanti, quali quelli di una Mussolini e di un Peron (quest’ultimo non parente con il famoso statista), o anche di un Della Gherardesca. Basito, non tanto per le performances, quanto per il livello, a cui davano un impulso fondamentale pubblico in sala, commentatori, giudici, conduttrice e votazione via social.
Riproporre i commenti di vincitori e vinti farebbe la gioia di qualsiasi analista della lingua e del comportamento, ma ciò che mi lasciava a bocca aperta erano le decorazioni tatuate di molti partecipanti – alcune in testa -, i costumi, i vestiti, le acconciature e…baci, baci, baci.
Il giorno dopo una signora imponente, signora che tutti, lei per prima, si ostinano a chiamare ‘zia’ (si vede rivolti ai non conoscitori di cosa quel termine significasse qualche decennio fa), invita tra singultanti interiezioni a base di ‘amore’ e ‘tesoro’ a intervistare i giudici della gara danzante e i vincitori, tra cui una celebre parlamentare dal nome ancor più sfolgorante, che esibisce parentele illustri non ultima quella con la più famosa attrice italiana. Le cose precipitano allorché si richiede un giudizio, una presa di posizione, un commento che fosse almeno conseguente allo show. Solo una tra il gruppo dei giudici, dal nome un po’ selvatico, osa raccontare parte della verità che riversa sul pubblico indubbiamente italiota meriti e demeriti delle scelte.

Ma, per tornare al mio ruolo di radical chic, penso con una certa preoccupazione a quale fine sia destinata la politica, se tra gli illustri che compongono il parlamento nei suoi due rami troviamo i più assidui frequentatori di questi spettacoli, con e senza mascherine.

Mi domandano assai preoccupati gli amici per le scelte che ho imboccato nello scrivere questi ‘pezzulli’, se il cervello mi è andato in fumo o se anche io, nel bene e nel male, aspiro a frequentare ‘in minore’ questi personaggi. Un tempo non facevo parte forse delle accademie? Non mi ero cimentato in quasi trecento lavori, non tutti inutili o disprezzabili? Non avevo raggiunto, anche se in campi non del tutto miei, una certa rispettabilità? Rispondo con altrettanta franchezza che a non conoscere le scelte degli italioti poi si cade nelle frane politiche e si vive questo tempo angoscioso e angosciato come un remedium proprio dei tempi inutili.

Che cosa fanno allora tutti ordinati per benino i miei dodicimila ‘bambini-libri’, che invadono la mia casa, la rendono viva e ora esplodono in un sonoro sbadiglio. Da soli. Senza rapporto con gli altri. Da Firenze mi arrivano notizie allucinanti su come ottenere libri in prestito dalle più famose biblioteche a cominciare dalla Nazionale. Nel nostro piccolo non si può frequentare il Centro studi bassaniani di Casa Minerbi perché ambienti, libri e oggetti non sono sanitizzati. Ma come? E’ chiuso da quasi tre mesi! Cosa vuoi ‘sanitizzare’?

Per trovar conforto lento pede mi dirigo al luogo del piacere estremo: la libreria. E’ sabato. La trovo chiusa. Disperato per dover rimandare gli acquisti (la nuova edizione del Dizionario degli dèi di Mircea Eliade, dello stesso quello sui luoghi sacri,  l’ultimo volume di Vaccaneo sulla Torino pavesiana) in quanto molti sanno cosa sia per un frequentatore di librerie dover rimandare l’acquisto! Telefono alla direttrice del Libraccio di Ferrara che con voce funerea mi spiega che il  Bonaccini nostro governatore ha emesso per l’Emilia–Romagna una ingiunzione alle librerie di più di 250 metri di restare chiuse il sabato e la domenica. Se non avessi più radicato dell’amore dei libri la scelta politica mi rifiuterei di votarlo, per questa enorme c….ta. Ecco a cosa ci riduce il coronavirus.

Ma oggi lunedì mi rifaccio. Usciamo e ci facciamo depositare in piazza (come si diceva una volta) dal taxi. Fendiamo le folle del mercato e ci dirigiamo verso un celebre negozio che vende cachemire, poi nella (vuota) libreria e giù giù per la via delle compere, dove i negozi offrono e ri-offrono a compratori latitanti la loro merce pregiata ed infine ennesimo taxi per il ritorno nella deserta e soleggiata via dove, incurante del silenzio e del sole, occhieggiano le finestre della mia casa.

E’ e rimarrà indubitabile: il coronavirus nel bene e nel male ci ha abituato e ulteriormente ci abituerà a una vita diversa da quella che per lunghissimi decenni aveva formato il senso della nostra vita.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

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