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Diciannove anni fa ero solo un bambino. Diciannove anni fa vidi i miei genitori con le lacrime agli occhi. Diciannove anni fa non capivo il perché tutti i tg mostrassero i video di un signore con dei grossi occhiali e con una chitarra in mano. Diciannove anni fa mio padre mi insegnò una canzone che porto ancora nel cuore. Diciannove anni fa, in quell’11 gennaio, avevo solo 9 anni, ma riuscii a percepire che qualcosa era cambiato e non sarebbe stato più lo stesso. Diciannove anni sono un tempo per alcuni breve, per altri lunghissimo. Non conobbi mai quell’uomo visto in tv, se non attraverso i racconti e le note della sua musica. Diciannove anni fa moriva un signore dalle mille sfaccettature ed etichette: cantautore, poeta, scrittore, anarchico, terrorista, comunista, filo-cinese, filo-br, musicista, folle, genovese, genoano. Diciannove anni fa, e questo lo so ancora oggi, iniziai a conoscere sempre di più quello che oggi considero di diritto un mito, una leggenda, anzi, e più giustamente, un uomo con pregi e difetti, il quale semplicemente volle raccontare ciò che lo circondava, senza fronzoli. Diciannove anni fa moriva il cantore degli ultimi. Diciannove anni fa moriva Fabrizio De André e mi sembrava giusto, diciannove anni dopo, ricordarlo.

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