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Disastri naturali campanello d’allarme per un’umanità che non ascolta

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Il rumore del torrente che diventa rombo, un’anomala aria calda, pesante, umida che porta l’odore intenso di terra smossa, una pioggia battente che insiste senza tregua. E il livello di quell’acqua che sale, sale rapidamente a vista d’occhio mentre il fluire assume una potenza furiosa e travolge tutto ciò che trova sul suo percorso, precipitando a valle, assumendo sempre più velocità e portata. Erode argini, ruba spazio ai prati e ai campi, si innalza in onde spaventose che qualche passante guarda affascinato come fosse uno spettacolo allestito per quella sera.
Poi cominciano a passare gli alberi divelti con le zolle in cui erano ben piantati e i tronchi che galleggiano seguono la furia dell’acqua sembrando tante navi fantasma su quella superficie liquida che ormai non conosce limiti. E dopo la notte insonne a fissare il livello che non smette di salire, arrivano i conti del day after, come in quei film post apocalittici dove il paesaggio non è più lo stesso e non sarà mai come prima.
La montagna che si vedeva e respirava aprendo le finestre la mattina, appare tristemente spelacchiata dopo lo schianto di moltissime piante, perdendo la sua identità e disorientando chi si riconosceva in essa; frane sulle arterie di comunicazione, allagamenti e crolli di tetti e caseggiati più vetusti, cumuli di detriti depositati sulle strade, cambiano anche l’aspetto urbano. Mentre squadre di operatori e volontari danno il meglio del volto umano, di quella solidarietà e partecipazione fattiva di cui c’è estremo bisogno, instancabili, presenti, rassicuranti. Ma questo non è un film e la realtà supera per certi versi di gran lunga la fantasia. E se non si parla della montagna, è il mare il protagonista di altrettanti cataclismi con maremoti, tsunami e tempeste che invadono e colpiscono coste e litorali lasciando dietro di sé relitti e devastazione.

Alluvioni, terremoti, eruzioni, ondate di calore, drastici cambi climatici: non siamo mai completamente pronti ad affrontare questi eventi perché, come scriveva Seneca, “Nessuna cosa privata e pubblica è stabile: il destino corre veloce e imprevisto per gli uomini e per le città. Proprio mentre tutto è calmo e placido sorge il terrore […]. Quante volte le città dell’Asia, le città dell’Acaia crollarono per un solo tremito della terra? E quanti paesi in Siria e in Macedonia furono inghiottiti dal suolo? […] E non soltanto cadono le opere innalzate dall’ingegno dell’uomo: si disgregano giogaie di montagne, si abbassano intere regioni, si trovano esposte alle onde terre che prima erano lontane anche al cospetto del mare e del fiume […]. Un qualsiasi accidente può togliere te alla patria o la patria a te, può gettarti nella solitudine di un deserto e fare il deserto in un luogo dove ora c’è la folla”.
L’Italia è un Paese fragile, esposto per sua conformazione – e troppo spesso per l’errato intervento umano – a terremoti e disastri idrogeologici e altre situazioni di rischio, per il 77% conseguenza diretta dei cambiamenti climatici, come ci ricordano i dati Unisdr, l’agenzia delle Nazioni Unite per la riduzione dei rischi catastrofe, la quale rileva anche come le catastrofi naturali siano triplicate negli ultimi 30 anni. Nessuno può negare che i segni di rapidi cambiamenti in atto siano ormai evidenti e se teniamo conto delle recenti dichiarazioni dell’Economist, condivise dagli scienziati, le prospettive diventano ancora più catastrofiche. Il Mediterraneo, scrive la prestigiosa testata, scomparirà riducendosi a una pozzanghera d’acqua. Nascerà un solo continente abnorme, l’Eurafrica, una massa di terre emerse. In alternativa al corrugamento della crosta terrestre – e sarà ancora più spaventoso – nascerà una catena montuosa alta come l’Himalaya e le Alpi non saranno che minuscoli contrafforti. Un mondo che emerge dagli studi geologici del movimento delle placche terrestri. Altre ipotesi portano a considerare una frattura asiatica che spaccherà in corrispondenza di India e Pakistan oppure finiremo tutti a Nord, a ricreare un maxicontinente dove ora regnano solo iceberg. Se consideriamo proiezioni possibili riferite all’Italia, Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, lancia un grido d’allarme: il nostro Paese è a rischio desertificazione nell’arco di un secolo, con la Pianura Padana come il Pakistan e la Sicilia deserto africano.

Questo lo scenario, se non applicheremo subito gli impegni dell’accordo di Parigi sul clima. Nel frattempo, le coste del Mediterraneo si stanno avvicinando l’una all’altra di due centimetri all’anno, i cataclismi diventano frequenti, irrompono nella nostra vita quotidiana e richiedono sempre più preparazione nella gestione dell’emergenza. I nuovi obiettivi tassativi del millennio e dello sviluppo sostenibile evidenziati dall’Unisdr devono indurre tutti gli Stati e la comunità internazionale a collaborare a uno sviluppo in funzione dei rischi, affrontando seriamente le tematiche della comprensione dei rischi di disastro, il potenziamento della governance dei rischi stessi, l’investimento per la riduzione del rischio ai fini della resilienza, il miglioramento nella preparazione alle catastrofi, la capacità di dare risposte efficaci e realizzare pratiche di ‘Build Back Better’ nelle fasi di recupero, ripristino e ricostruzione.

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