The International (Matthew Bellamy, 2009)

Mentre guidavo mille pensieri mi frullavano in testa, ma soprattutto una domanda: dove diavolo era la gente? Possibile che quella domenica fossimo usciti di casa solo io e il mio cane?
Guidavo verso il centro della città e non incrociavo nessuno. Stavo attraversando strade e piazze perfettamente deserte. Come il parco e il viale in cui ero appena stato.
Mi tornavano alla memoria i tanti film che avevo visto, quelli post-atomici o post-apocalittici. C’era sempre un post-qualcosa con cui fare i conti. Ma nonostante le tante storie più o meno fantasiose che avevo letto sull’argomento, non avevo idea di cosa potesse essere successo quel giorno… o forse non riuscivo ad accettarlo.
Il mio raziocinio e il mio innato attaccamento alla logica, alla normalità, si rifiutavano di prendere in considerazione ipotesi estreme, come quella di una catastrofe globale dalla quale ero inconsapevolmente sopravvissuto. Io e il mio cane per l’esattezza. “Questa è fantascienza, pura invenzione” mi ripetevo. “La realtà è ben diversa, assai più banale” pensavo.
Eppure un pensiero bizzarro stava emergendo. Si faceva largo scansando le varie ipotesi che avevo considerato e scartato ogni volta che giravo l’angolo e puntualmente non vedevo anima viva.
Sbirciai nello specchietto retrovisore, Kobi stava sonnecchiando sdraiato sul sedile posteriore, mentre la pioggia cadeva fitta pur senza la violenza di un temporale. Ogni manciata di secondi i lampi rompevano coi loro flash la penombra causata dalle nuvole, ed il costante, puntuale crepitio del tuono mi allontanava dall’idea di vivere un sogno ad occhi aperti.
Stavo attraversando l’ennesimo incrocio deserto, quando inchiodai di colpo la Jeep. Kobi, sbalzato in avanti, si rizzò subito in allerta.
Dalla parte opposta dell’incrocio stava un bambino.
Era in piedi, immobile, incurante della pioggia, e pareva che aspettasse qualcuno. Scesi dalla Jeep e gli corsi incontro. Il bambino fece per andarsene.
«Aspetta!» esclamai, «Bimbo sei da solo?».
Il bambino si fermò ma non rispose, guardava altrove, pareva non mi vedesse nemmeno.
Aveva sette o otto anni circa e portava un abitino nero come fosse appena uscito da una cerimonia; era fradicio ma non sembrava patire il freddo, sembrava essere indifferente ad ogni cosa, me compreso.
«Senti bimbo, se rimani qui sotto quest’acquazzone rischi d’ammalarti… Stai aspettando qualcuno? I tuoi genitori?»
Niente, non rispondeva. Sembrava proprio che per lui fossi invisibile.
«Vieni con me, ti porto sotto quella tettoia. Almeno là sotto starai all’asciutto!» insistetti. Feci per afferrargli la manina ma lui la ritrasse. Poi, finalmente, si mise a fissarmi. «Tu non dovresti essere qui, questo non è il tuo posto…» disse.
La sua era una voce di bambino, sottile e infantile. Ma quel tono…
Il suo tono di voce era tipico di un adulto, austero, distaccato e non lasciava intuire alcuna emozione o incertezza. Poi continuò: «Se sei furbo puoi ancora andartene. Devi andare via da qui, via!»

A volte non serve perdersi nel labirinto della ragione a tutti i costi per cercare un perché. Contrariamente a ciò che si crede, più una situazione sembra paradossale più esige una scelta immediata. Il tempo speso nel dubbio e nell’incertezza può fare la differenza tra la condanna e la salvezza. E quella situazione mi apparve talmente strana da farmi accettare qualsiasi cosa. Dunque decisi di stare al gioco e andai via, esattamente come aveva ordinato il bambino.
Me ne andai altrove, col mio cane, a bordo della Jeep…
Viaggiai senza fermarmi per centinaia d’anni nel passato.
Alla fine tornai a casa e andai a dormire. Di nuovo nel mio letto, come sempre.

Mi svegliai in tarda mattinata. Era un’altra domenica di pioggia, sentivo il rumore dell’acqua che scorreva nelle gronde. Scesi dal letto, accarezzai il mio cane e andai a sbirciare alla finestra. Fuori le strade erano deserte, non si vedeva anima viva…

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