Pochi giorni fa è stata la Festa della Donna o, secondo la sua vera denominazione, la Giornata internazionale della donna, che in Italia festeggiamo dal 1922, ed in occasione della quale in tutto il mondo vengono organizzate manifestazioni e celebrazioni per ricordare le lotte sociali e politiche che le donne hanno affrontato per ottenere diritti che dovrebbero spettare a ciascun individuo, indipendentemente dal sesso di appartenenza. Nel tempo però questa giornata ha assunto connotati anche molto lontani dalla riflessione politica e culturale che dovrebbe suscitare: un momento per meditare su quanto è stato fatto e quanto ancora ci sarebbe da fare, troppo spesso soverchiato dall’aspetto commerciale della festa.
Il simbolo della festa, il fiore di mimosa, usanza tutta italiana, fu proposto come tale nel 1946 da due donne iscritte all’Unione donne italiane, Rita Montagnana (moglie di Palmiro Togliatti) e Teresa Mattei. La scelta, votata all’unanimità, ricadde su questo fiore perché è l’unico che fiorisce a marzo ed è anche economico, e quindi può essere regalato da tutti.
Ma è senz’altro più poetico pensare che la mimosa, per la sua capacità di crescere, nonostante la sua fragilità, anche nei terreni più difficili, venne considerata come una rappresentazione della figura della donna, capace di generare vita anche nelle asperità.

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