Home > IL QUOTIDIANO > E’ la stampa bellezza. No è la letteratura
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Sogghigni, arroganza, violenza fulminea, un volto gonfio e tumefatto ripreso in primo piano, un manganello impugnato e maneggiato con un’abilità che fa pensare a grande dimestichezza: ecco le immagini dei fatti di Ostia in cui vittima, aggressore e circostanze rappresentano chiaramente le difficoltà del giornalismo nel trovare diritto e libertà di informazione.
Fotogrammi che creano l’ennesimo dibattito dai toni scandalizzati e raccapricciati, sollevano interrogativi e considerazioni nel confronto politico, nei salotti buoni dei talk show, nei commenti al bar sotto casa, tra chi se ne sta in poltrona a guardare la tv. Sembra quasi che ogni episodio dagli effetti analoghi, e gli episodi non sono più sporadici, sia una novità assoluta per il cittadino che assiste esterrefatto, un’amara scoperta che di volta in volta lo fa risvegliare e riflettere per il tempo che trova su questa ondata ormai crescente di bestialità, di autentica barbarie. Non può essere che l’unica risposta a domande, indagini, ricerca di informazione e verità sfoci nel sangue, come se non esistesse il legittimo diritto di replica. Forse dovremmo essere tutti un po’ più consapevoli che mai come ora la libertà di stampa nel mondo è minacciata, spesso brutalmente negata.

Secondo la classifica annuale di Reporters sans Frontières, il World Press Freedom Index, che ordina ed elenca le nazioni in base al grado di libertà d’espressione nell’informazione, nel 2017 il nostro Paese ha guadagnato qualche posto rispetto il 2016, balzando dalla 77esima alla 52esima posizione, esattamente dopo il Botswana, il Tonga, l’Argentina e la Papua Nuova Guinea. Perfino il Burkina Faso può vantare un 42esimo posto di tutto rispetto, e non verrebbe certamente da pensare a questi Stati come un esempio di democrazia e modello di libera comunicazione. Significativo, ma non sorprendente, che nei primi in classifica ci siano proprio i Paesi del Nord Europa: Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca e Paesi Bassi. Agli ultimi posti la Cina, la Siria, il Turkmenistan, l’Eritrea, la Corea del Nord. Sono 21 i Paesi classificati come “neri”, nei quali la situazione è molto grave: fra questi il Burundi, l’Egitto, il Bahrein, tanto per citare qualche nome. Qualcuno potrà sollevare qualche obiezione e qualche dubbio sui risultati finali, ma i dati di riferimento provengono da questionari tradotti in 20 lingue distribuiti in tutto il mondo, che indagano sui temi importanti come il pluralismo, l’indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza, infrastrutture e abusivi.

Che ci piaccia o no, l’Italia è al 52esimo scalino, una posizione scomoda che sottende come non ci si sia emancipati da un certo tipo di pressione e coercizione, se non di intimidazione, minaccia e violenza che proviene da molti e diffusi ambienti di sapore malavitoso. Siamo molto lontani dall’immagine leggera, affascinante, guascone e quasi romantica, a volte divertente, altre bohemien del giornalista, che troviamo nella letteratura passata e di tempi più vicini, anche se alcune pagine lasciano capire come esista ancora una forte relazione tra il giornalismo descritto dai romanzieri e l’attualità.

‘Bel Ami’ è il famoso romanzo di Guy de Maupassant (1885) che ci racconta di George Duroy, un giovane ambizioso che da povero militare in congedo inizia la sua inarrestabile ascesa sociale. La bellezza, la capacità seduttiva, il cinismo e la volontà di uscire dalla miseria costituiscono le forti caratteristiche che gli permetteranno di fare molta strada attraverso la manipolazione di numerose persone incontrate sul cammino, soprattutto donne ricche e potenti. Da ex militare e poi impiegato delle Ferrovie Nord, grazie all’incontro con un vecchio commilitone, caporedattore politico presso ‘La Vie Française’, George diventa giornalista, brillante frequentatore di salotti e maschio di successo. Prostitute, donne libere e sposate, modeste e di potere, sono le figure che popolano la sua vita, in una società parigina nella quale il rapporto ‘dietro le quinte’ tra stampa, politica e affari è un legame di interdipendenza evidente. Un romanzo realista di un’attualità spiazzante, dove il sesso è potere e la celebrità un’ossessione.
Lo scrittore britannico Evelyn Waugh ci offre un’altra immagine di giornalismo nel suo romanzo ‘L’inviato speciale’ (1938): John Boot, brillante scrittore, viene scelto da un quotidiano famoso per andare in Africa come inviato speciale e raccontare la crisi politica nel piccolo stato dal nome fantasioso Ismaelia. In seguito a uno strano scambio di persona, al suo posto viene inviato sul luogo William Boot, giornalista di provincia incapace e svogliato. A Ismaelia non accade nulla e così ha inizio tra i molti giornalisti provenienti da tutto il mondo una folle caccia allo scoop, una vera e propria gara a chi le spara più grosse su fatti inesistenti. L’ozioso William rischia il licenziamento proprio perché, nella sua inettitudine, non è in grado di scrivere nulla. Per puro caso egli scopre che realmente è in atto un colpo di Stato nella totale segretezza e improvvisamente diventa eroe involontario e grottesco, finendo in prima pagina.
Nel romanzo autobiografico di Hunter Stockton Thompson, ‘Le cronache del rum’, scritto negli anni Sessanta ma pubblicato solo nel 1998, si racconta del giovane giornalista freelance Paul Kemp, squattrinato, alcolizzato e perennemente alla ricerca di una propria strada. E’ il 1959 e il giovane si trasferisce in Porto Rico, dove inizia a scrivere in un modesto giornale locale, il ‘The San Juan Star’, sempre sull’orlo della chiusura. Travolto da alcol ed eccessi di ogni genere, si innamora di una donna sposata, la bellissima Chenault, che porterà scompiglio ulteriore nella sua vita. Il giovane cronista vuole scrivere un servizio sul degrado e la miseria di San Juan, ma gli è impedito con forza perché risulterebbe dannoso al mercato del turismo. Alcol, droghe allucinogene, curanderos, battaglie di galli, loschi affari e bavaglio alle verità scomode, avventurieri, mafiosi in fuga, giocatori e sgualdrine a caccia di miliardari fanno da sottofondo alla storia di Paul. “Allora non era difficile trovare dei compagni di sbronza. Non duravano molto ma continuavano ad arrivare. Li chiamavo giornalisti randagi perché non esiste termine più appropriato.” Alla fine, il giovane si lascerà tutto alle spalle e tornerà a New York per ricominciare a scrivere liberamente in una stabilità mai conosciuta prima.
‘Igiene dell’assassino’ (1992) è il romanzo di Amélie Nothomb dalla struttura del tutto particolare, fatta di interviste o tentativi di interviste all’autore immaginario Prétextat Tach, Premio Nobel per la Letteratura. Cinque giornalisti tentano di strappargli un’intervista prima che la malattia, un cancro che gli riserva solo un paio di mesi di vita, lo porti via. Tach è un misantropo, capace di mettere in difficoltà chiunque gli si avvicini, un solitario ostinato immerso nella sua cattiveria, di un’intelligenza feroce che mira a umiliare le sue vittime fino all’annichilimento. E’ grasso, si ciba di cibo putrido e la sua trascuratezza è sgradevole. L’intervista riesce solo all’unica giornalista del gruppetto, che compirà l’impossibile arrivando a scavare a fondo nel passato dell’uomo fino a fargliene rivelare l’aspetto torbido che credeva ormai dimenticato da tutti. L’uomo si trasformerà da carnefice in vittima nel momento in cui la giornalista riuscirà a scalfire la sua ferrea logica facendolo vacillare.

Una stampa al servizio del potere, una stampa libera di raccontare ed esprimere, una stampa opportunista e affabulatrice, una stampa coerente e onesta, ecco le immagini che raggiungono il lettore attraverso racconti e romanzi in cui il giornalista è il mezzo attraverso il quale la realtà viene spiegata nella sua verità o stravolta nella manipolazione. Anche se George Orwell, con toni critici ebbe a dire: “Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire”.

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