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Pubbliche o private che siano, oggi la maggior parte delle università italiane non funziona come dovrebbe. Professori spesso indifferenti e poco disposti ad andare incontro agli studenti; si presentano in ritardo alle lezioni, a volte addirittura agli esami, ma la stessa mancanza di rispetto, (perché di questo si tratta), non è accettata se a compierla sono gli studenti.
Ci sono università in un cui un semestre dura poco più di un mese ed altre in cui le sessioni di esame sono talmente ristrette da rendere agli studenti quasi impossibile sostenere tutti gli esami previsti. Inoltre molti professori hanno anche un altro lavoro al di fuori dell’ambito universitario, come ad esempio gli avvocati, gli ingegneri e gli architetti che tendono a prediligere la loro attività libero-professionale rispetto all’insegnamento.
Chi dovrebbe vigilare sul buon funzionamento delle facoltà spesso, per quieto vivere, latita.
A questo inoltre si aggiungono molti docenti impreparati, o non in grado di insegnare, ma che gli studenti devono comunque accettare.
Ecco, è proprio per quest’ultimo motivo che non credo la colpa sia tutta delle università, penso che anche gli studenti abbiano la loro dose di responsabilità. Il lamentarsi senza reagire non ha mai portato a niente: se c’è qualcosa che non funziona bisognerebbe metterci la faccia e parlarne con chi di dovere.
Da sempre i professori, essendo esseri umani, fanno delle preferenze, e non sempre la meritocrazia viene premiata. Di conseguenza gli studenti, i giovani in generale, sono spaventati, hanno paura di parlare, di esporsi, perché temono le conseguenze dei loro gesti, le possibili ritorsioni. Ma se nessuna delle due parti modifica lo stato delle cose, la situazione di stallo non si sbloccherà mai: gli studenti continueranno a lamentarsi inutilmente e i professori proseguiranno con i loro interessi.
Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma se mi prendo la responsabilità di dire cose che hanno un certo peso è perché, o le ho vissute in prima persona, o mi sono state riportate da altri che le hanno sperimentate a loro volta sulla propria pelle.
Questo è un argomento di cui ho ormai parlato in diversi miei articoli, sperando di suscitare l’interesse di chi la pensa come me, purtroppo però non ho raggiunto l’obiettivo desiderato e ho deciso di ritentare con questa sorta di appello. Invito chiunque si rispecchi in queste mie parole a raccontare la propria esperienza per un confronto collettivo e, perché no, magari per proporre qualche soluzione.

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Silvia Malacarne


PAESE REALE

di Piermaria Romani

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Pescando un pesce d’oro
5 titoli evergreen dall’archivio di 50.000 titoli  di Periscopio

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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