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E sono cinquanta: l’Italia celebra le nozze d’oro con l’Unesco

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di Fausto Natali

Molti sono i motivi per i quali la riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale di fine giugno in Qatar può essere definita “storica”. Innanzitutto, perché con l’inserimento nella prestigiosa World Heritage List dei “Paesaggi vitivinicoli delle Langhe-Roero e Monferrato” i siti italiani sono diventati Cinquanta. Primi in classifica, davanti a Cina e Spagna. Un fatto importante sul quale occorre spendere qualche parola partendo dalla leggenda che ci assegna il 50% di beni culturali di tutto il pianeta! Non è vero, forse ci avviciniamo al 5%, ma restano pur sempre tanti. L’Italia annovera, infatti, una costellazione di città, borghi, castelli, chiese, musei, opere d’arte, tradizioni e paesaggi unica al mondo. Capolavori dell’uomo e della natura che costituiscono “la risorsa di cui l’Italia è più ricca”, per usare le parole del Presidente Napolitano. Il guaio è che diamo tutto per scontato. C’è chi pensa, e sono i più, che sia sufficiente possedere un bel monumento o un panorama mozzafiato per attivare crescita e sviluppo. Un errore strategico che induce ad affidarsi alla proverbiale capacità di improvvisazione degli italiani, saltando a piè pari coordinamento, programmazione e investimenti. Nel frattempo, le nostre croniche carenze strutturali (prezzi poco concorrenziali, offerta ripetitiva, servizi inadeguati e scarso utilizzo delle nuove tecnologie) fanno sì che Paesi meno dotati del nostro dal punto di vista culturale e paesaggistico generino ritorni in termini economici di gran lunga superiori ai nostri. In buona sostanza, dobbiamo essere sì orgogliosi dei tanti riconoscimenti al nostro Paese, ma stare anche attenti a non sprecare questa ulteriore occasione confidando solo nella nostra buona stella.

Il secondo verdetto epocale dell’ultima sessione del Comitato è costituito dall’inserimento nella Lista del Delta dell’Okavango, in Botswana, uno degli ecosistemi più ricchi del pianeta. Non tanto per le sue peculiarità, ma perché con il sito africano si è raggiunta la fatidica quota mille. Un momento tanto atteso, ma altrettanto temuto in quanto rilancia l’apocalittico dibattito del “mille e non più di mille” (ora sono 1007, per essere precisi). I numeri, a volte, a ben interpretarli, vanno oltre il loro mero significato matematico e assumono valori culturali e simbolici profondi. Mille ha rappresentato un momento importante per la storia dell’uomo e un miraggio per la busta paga degli italiani della prima metà del secolo scorso (e per i giovani di questo inizio secolo), in ambito Unesco può assumere accezioni molto diverse. Per alcuni non è nient’altro che una soglia da oltrepassare, senza particolari esitazioni, per salvaguardare un numero sempre maggiore di capolavori dell’uomo e della natura, un sorta di arca sulla quale imbarcare ogni bene la cui integrità è messa in pericolo, per altri, invece, rappresenta un confine oltre il quale l’ambito riconoscimento rischia di svalutarsi e di perdere credibilità. Un dibattito che, a sua volta, ne innesca un altro: la evidente sproporzione geografica fra siti europei e nord americani, la metà del totale, e tutti gli altri. Un divario, frutto di uno scompenso geopolitico, che si ripercuote in tutte le agenzie delle Nazioni Unite, Unesco inclusa, e che inevitabilmente fa pendere la bilancia verso occidente.

La terza storica decisione assunta dal Comitato Unesco di Doha, anche in questo caso scintilla di infinite polemiche, è stata l’iscrizione del primo sito palestinese: il piccolo villaggio agricolo di Battir, a sud di Gerusalemme. Uno straordinario paesaggio culturale di olivi e viti caratterizzato da terrazzamenti e canalizzazioni di epoca romana, minacciato nella sua integrità dalla costruzione del Muro “di sicurezza” israeliano che taglierebbe in due il villaggio – di cui un terzo si trova già nel territorio annesso unilateralmente da Tel Aviv – e distruggerebbe il suo antico sistema di irrigazione. Una decisione coraggiosa che nasce dalla consapevolezza che la pace si favorisce e si mantiene solo attraverso la conoscenza reciproca e lo scambio culturale fra donne e uomini di popoli ed etnie diverse, anche se i venti di guerra che in questi giorni flagellano Gaza sembrano non tenerne conto.

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