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Eataly: cosa c’è sulla punta della forchetta

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Eataly chiude definitivamente gli store di Bari e Forlì. I due negozi, che hanno complessivamente 80 dipendenti, non riapriranno neppure quando l’emergenza sanitaria sarà finita. “La decisione è maturata su fattori di contingenza locale aggravati dalla pandemia. I piani di sviluppo di Eataly restano confermati. Bari e Forlì sono gli unici negozi che non verranno riaperti, e la priorità oggi riguarda la situazione del personale e lavorare con le organizzazioni sindacali in modo fattivo e collaborativo per ridurre gli impatti di stabilità reddituale sul personale dei due negozi”, spiega l’azienda in una breve nota.
Il punto vendita di Bari era stato aperto nel 2013 nell’area della Fiera del Levante, quello di Forlì nel 2014 in un palazzo storico della città come una costola dell’azienda principale, Romagna Eataly, proprietà al 50% di Farinetti e il restante della famiglia Silvestrini, fondatori di Unieuro.
La Filcams Cgil parla di “doccia fredda” e chiede che sia tutelata l’occupazione.

Quella sopra riportata è la nota stampa dell’ANSA. Mi viene in mente, leggendo la fredda descrizione dei fatti, quel che William Burroughs scrisse a proposito del significato del titolo “Il pasto nudo”, uno dei suoi più celebri romanzi: “Il pasto nudo è l’attimo congelato quando ognuno vede cosa c’è sulla punta della sua forchetta”. Le forchette a Eataly si muovono al ritmo delle canzoni pop trasmesse alla Leopolda, tra un brainstorming e l’altro foderati di imprenditori moderni, illuminati, che disegnano visioni di un’impresa attenta ai bisogni dei propri dipendenti. Tutto questo racconto, la cui trama è formata dalle storie di cavalieri del lavoro senza macchia e senza paura, pronti ad affrontare con piglio progressista le sfide del futuro, prodigiosi e filantropici “creatori di posti di lavoro” come se questo fosse il loro vero scopo ultimo (qualcosa di filosofico, di umanistico), si accartoccia come le pagine di un racconto gettato frettolosamente tra i pellet di una stufa, non appena i fatturati calano.

Ma come. Eppure, a gennaio 2020 sul Corriere della Sera Oscar Farinetti, fondatore e proprietario di Eataly, raccontava le magnifiche e progressive sorti della sua creatura, mentre annunciava la ascesa del figlio (che sarà bravissimo, come tutti i figli d’arte) al ruolo di amministratore delegato:

“E così il 35enne Nicola, il figlio “americano” di Oscar, si appresta a prendere i pieni poteri dell’azienda come amministratore delegato. Andrea Guerra non lascerà immediatamente. Andrea Guerra resterà presidente di Eataly almeno per tutto il 2020. Il diretto interessato conferma: «Si è completato un percorso di cinque anni, oggi Eataly ha una sua struttura manageriale e può gestire il ricambio. Quanto a me riposerò per un po’ e poi valuterò nuove opportunità nel business». Ma il cambio di governance che cosa comporta per l’itinerario della società? Addio Borsa, penseranno i più. «Assolutamente no — replica il fondatore Oscar Farinetti — Eataly non ha bisogno di rastrellare quattrini sul mercato, è in grado di finanziare la crescita tranquillamente con il suo cash flow. E comunque siamo pronti per la Borsa e quando un giorno decideremo magari ci quoteremo direttamente a New York».
Ci dà però i numeri di Eataly ad oggi?
«Oggi Eataly ha un perimetro di ricavi, compreso il franchising, di 620 milioni. Ha un Ebitda vicino al 5% e un utile netto che si colloca tra i 5 e i 10 milioni. Nell’ultimo anno siamo cresciuti del 10%, il 3% con i negozi già esistenti e il resto con le nuove aperture. Toronto è stato uno spettacolo, c’era la fila per tre isolati. Ma non ci fermiamo qui, vogliamo aprire in altre 100 città del mondo. E possiamo farlo proprio in virtù del gran lavoro che Andrea Guerra ha fatto in questi cinque anni con noi»“.

Con un utile del genere, ricavi stramilionari e aperture previste in tutto il mondo, tuttavia, se un punto vendita funziona peggio del previsto si tagliano i posti di lavoro. Licenziamenti collettivi, senza tante discussioni. Del resto, la legge lo consente. I sindacati in questi casi sono costretti a giocare di rimessa, a limitare i danni, a cercare soluzioni alternative che l’imprenditore illuminato non ritiene di dover cercare da solo, nonostante la filantropia e l’umanesimo. Del resto, la legge lo consente.

Come spesso accade, la cruda verità non trapela dai numeri dei bilanci o dalle storie ammantate di leggenda di questi “capitani coraggiosi”, ma appare nelle parole di un visionario delirante e tossicodipendente, quale Burroughs indubbiamente era quando scrisse “Il pasto nudo”. Nessuno, tantomeno il sottoscritto, ha titoli per mettere in discussione le capacità di intrapresa di un signore che (peraltro con una buona base familiare) ha creato un’azienda coi numeri che lui stesso ha entusiasticamente sciorinato solo un anno fa. Quella che infastidisce è la narrativa di gloria che accompagna le gesta di questi capitani d’industria, cui però non corrisponde uguale e contraria censura quando le loro scelte d’impresa (perchè sono loro e del loro amministratore delegato, non di un’entità aliena e malvagia) portano un colosso dai flussi di cassa che si autofinanziano a cancellare con un tratto di penna posti di lavoro perchè alcuni store vanno male. Se vanno bene, l’imprenditore assurge a moltiplicatore dei pani e dei pesci, se vanno male pazienza, chi ci rimette sono “i suoi ragazzi”.

Ci sono alcune parole che sono state cancellate dal vocabolario d’impresa, perchè troppo brutte da pronunciare, perchè evocano lo scontro, il conflitto di classe. Che non esiste più, è roba obsoleta, ottocentesca. Una di queste è la parola “padrone”. Cosa c’è di innominabile in questa parola, tale da non poterla più dire? Il padrone è quello che della sua roba fa quello che vuole: questa è la sostanza quando le cose vanno male, o anche semplicemente meno bene del previsto. Chiamare le cose con il loro nome aiuterebbe almeno a fare pulizia mentale.

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