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Tutte le cose finiscono.
Valutare dove per riciclare meglio
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Ogni prodotto prima o poi non serve più e diventa rifiuto, per questo è importante studiarne la sua vita e soprattutto prevederne la sua fine. L’analisi del ciclo di vita di un prodotto rappresenta dunque una metodologia che consente di valutare e di quantificare l’impatto ambientale generato lungo l’intero suo ciclo di vita. Sembra un ragionamento complesso, ma vorrei proporlo perché importante e in fondo semplice.
Il “Life cycle assessment” (LCA) è un approccio fondamentale per considerare l’intero ciclo di vita del materiale basandosi sul motto “ dalla culla alla tomba” (“from cradle to grave”). Questa analisi, che di approfondire tutte le fasi in un percorso iterativo, permette di avere una visione globale del processo produttivo, scomponendolo in una serie di unità produttive (dunque partendo dall’estrazione delle materie prime, considerando le fasi di trasporto, di trasformazione, di gestione del fine vita) e considerando le emissioni, quindi gli effetti di ogni unità sull’ambiente.
Lo sviluppo di questa metodologia ha prodotto importanti scoperte e soprattutto ha spesso fornito importanti soluzioni. La struttura di LCA la possiamo suddividere in quattro momenti principali:
• la individuazione e definizione degli obiettivi (fase preliminare) in cui sono definiti il campo di applicazione, l’unità funzionale, i confini del sistema, il fabbisogno di dati, le premesse e i vincoli, chi esegue e a chi è indirizzato lo studio, quale funzioni o prodotti si studiano, i requisiti di qualità dei dati.
• la fase di raccolta delle informazioni e quindi dei dati necessari (con le procedure di calcolo volte a quantificare i flussi in entrata e in uscita rilevanti di un sistema di prodotto) in accordo all’obiettivo e al campo di applicazione.
• la valutazione dell’impatto del ciclo di vita, fase critica fondamentale, che ha lo scopo di valutare la portata dei potenziali impatti ambientali utilizzando i risultati dell’analisi di inventario del ciclo di vita.
• la sintesi della interpretazione conclusiva, che è un procedimento sistematico volto all’identificazione, qualifica, verifica e valutazione dei risultati delle fasi di inventario e di valutazione degli impatti, al fine di presentarli in forma tale da soddisfare i requisiti dell’applicazione descritti nell’obiettivo e nel campo di applicazione, nonché di trarre conclusioni e raccomandazioni.
Apparentemente complesso, ma in verità solo uno strumento di buonsenso che sarebbe bene fosse applicato in molti settori e in molte occasioni. LCA infatti è una metodologia di valutazione ambientale applicabile in ogni settore industriale o di servizi
che fornisce una visione globale e dettagliata del sistema in osservazione, perché permette di:
• evidenziare e localizzare le opportunità di riduzione degli impatti ambientali;
• supportare decisioni in merito a interventi su processi, prodotti e attività;
• informare i cittadini in merito all’impatto ambientale legato al ciclo di vita dei prodotti;
• identificare linee strategiche per lo sviluppo di nuovi prodotti o servizi;
• paragonare tra loro prodotti con la medesima funzione;
• valutare e confrontare gli effetti legati a diverse politiche ambientali e di gestione delle risorse;
• approfondire la valutazione ambientale del sistema di prodotto nel contesto della certificazione.

L’interesse per l’LCA non è storia recente, anzi risale almeno a quarant’anni fa quando si pensò di introdurre una serie di metodi per la valutazione quantitativa degli impatti riguardo a differenti tematiche ambientali (impoverimento delle risorse, riscaldamento globale, inquinamento da impianti). Si comprese subito che sarebbe stato un importante strumento di trasparenza e di informazione ai cittadini, tuttavia ci si rese anche conto che vi era in genere una scarsa uniformazione delle valutazioni.
Forse siamo ancora fermi qui. Anzi direi di più, in realtà a livello europeo esiste una schematizzazione che non è utilizzata da tutti e che anzi ognuno utilizza a proprio vantaggio per fare risultare i dati che vuole . Questa mancanza di strumento condiviso fa perdere il valore di sistema che dovrebbe avere; potrebbe invece essere lo strumento principe in molti settori, a partire anche dalla Pianificazione rifiuti (se i dati di input fossero veritieri e gli scenari pragmatici e non fantasiosi, come spesso accade).

Eppure il metodo offre numerose possibilità di utilizzo e con un poco di fiducia e di serietà potrebbe permettere:
• la valutazione dell’impatto ambientale di prodotti differenti, aventi la medesima funzione;
• l’identificazione, all’interno del ciclo produttivo o del ciclo di vita del prodotto, dei principali percorsi verso possibili miglioramenti, intervenendo sulla scelta dei materiali, delle tecnologie e degli imballaggi;
• il sostegno alla progettazione di nuovi prodotti e la segnalazione di innovative strategie per lo sviluppo, consentendo risparmi, sia per l’azienda, sia per il consumatore;
• la dimostrazione di aver ottenuto un ridotto impatto ambientale ai fini dell’attribuzione del marchio ecologico comunitario (Ecolabel);
• l’ottenimento di un risparmio energetico e il sostegno nella scelta dei procedimenti per il disinquinamento;
• il supporto nella scelta delle soluzioni più efficaci e idonee per il trattamento dei rifiuti;
• la base oggettiva di informazioni e di lavoro per l’elaborazione dei regolamenti che riguardano l’ambiente.
Insomma basta cercare l’ovvio e farlo.

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