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Il caso delle elezioni romane: emblema della crisi della rappresentanza in Italia

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A giugno si vota in 1.371 Comuni italiani. Fra le città in scadenza di mandato, capoluoghi del calibro di Bologna, Cagliari, Milano, Napoli, Torino, Trieste. E poi Roma.
Forse la capitale è l’emblema, per troppi versi preoccupante, dello stato di salute di politica e partiti in generale.
Che questo sia un problema lo diceva Giuseppe Dossetti nel memorabile discorso di Pordenone nel 1994. Con quella capacità di saper guardare lontano, a circa due anni dalla morte (1996) e nell’anno che segnava storicamente il crollo della prima repubblica, travolta dall’infezione della corruzione, il monaco di Monteveglio metteva in guardia dal pericolo per la stessa democrazia della crisi della politica e dei partiti.
Una crisi di cui un segnale, alcuni fanno notare, è il fatto che già nel nome molte formazioni non si chiamano più “partito”. Unica eccezione, o quasi, il Pd.
Proprio a Roma sembra più eclatante uno stato delle cose che sembra pericolosamente prossimo alla necrosi della politica.
Nella contesa per la capitale il centrodestra dà l’idea del caos. Già il termine ‘gazebarie’ per designare il candidato, che anche l’accademia della Crusca avrebbe un reflusso gastrico nell’ammettere nel vocabolario dovrebbe, da solo, mettere in allarme. Praticamente il giorno stesso in cui emerge il nome – Guido Bertolaso – viene clamorosamente e platealmente smentito dalla discesa in campo di Giorgia Meloni.
Tanti fanno presente che qui la vera posta in gioco è il centrodestra. A Matteo Salvini – è stato scritto e riscritto – non importa nulla della capitale. Vuole detronizzare definitivamente l’ex cavaliere e rimanere il padrone unico dello schieramento. Di più: nella sua deriva lepenista forse sa di non poter neppure conquistare Palazzo Chigi. Quello che vuole è comandare la destra.
Sullo sfondo sono destinati, quindi, a rimanere Roma, i romani, gli enormi problemi della città che più rappresenta l’Italia e le quindici pagine dell’Autorità Anticorruzione. Quindici pagine in cui l’Anac fa a pezzi le giunte Alemanno e Marino. Uno spietato atto d’accusa – scrive Oscar Giannino dalle colonne de Il Messaggero (16 marzo) – sulle condizioni di illegalità pervasiva in cui si trova l’amministrazione del Campidoglio. Sistematici aggiramenti delle regole, perpetrati in alcuni casi addirittura da vent’anni in tema di appalti, 14 miliardi di debiti accumulati e ora lo scandalo degli appartamenti pubblici con affitti che sono un insulto innanzitutto alla gente perbene. Canoni che, come se non bastasse, non vengono neppure pagati. Danno e beffa in una simultaneità sfacciata e impunita, con una morosità che pesa sulle casse comunali per centinaia di milioni di euro. Salvo poi assistere alla liturgica processione del primo cittadino di turno del Campidoglio a Palazzo Chigi col cappello in mano ad ogni legge finanziaria, perché Roma Capitale è un caso a sé.
Ebbene, di questo buco nero cosmico – spettacolo non proprio astrofisico cui assistono attonite le cancellerie di mezzo mondo – importerebbe poco o nulla alla destra italiana, a quanto pare.

Nel campo della sinistra le cose non vanno meglio.
Le primarie continuano a essere fonte di polemiche, opacità e contestazioni, che finiscono per lasciare il segno (sempre meno partecipate) su uno strumento pur nato sulla carta con le migliori intenzioni.
Anche qui la contesa elettorale è pretesto per un estenuante regolamento di conti.
La sinistra del partito contesta al segretario-presidente del Consiglio di governare coi voti di Verdini.
La compagnia in effetti fa venire in mente il detto: “meglio soli che male accompagnati” e non manca neppure chi legge il dato come il segnale della persistenza dell’inconfessato Patto del Nazareno. Su QN (16 marzo) si riporta, per esempio, il virgolettato del Pd Federico Fornaro, membro della commissione vigilanza della Rai: “Con il canone in bolletta la Rai otterrà risorse, in termini di minore evasione, pari a 500 milioni. Così il sistema, non solo Mediaset, chiederà che sia diminuito l’introito pubblicitario del soggetto pubblico”.
Questioni d’interessi, che in tempi di uomini del fare evidentemente contano più di idee e progetti.
Se Verdini è il bastone lanciato polemicamente tra le ruote di Renzi dalla sinistra del partito, il problema però permane quello di un respiro che manca.
Ne parla distesamente Massimo Cacciari (su L’Espresso il 24 marzo). Secondo il filosofo ed ex sindaco di Venezia Renzi è “la forma che ha assunto in Italia la crisi storica della socialdemocrazia europea”, nell’ambito della “subordinazione delle socialdemocrazie tradizionali ai poteri forti”.
Detto in altri termini, per contendere la sua leadership occorrerebbe mettere il dito sulle ragioni profonde di questa disfatta e cioè sulla storia di una sinistra per tanti versi conservatrice. “Conservatrice – prosegue Cacciari – in campo istituzionale, centralistica, ministeriale, burocratico-romana, in materia di mercato del lavoro e di politiche sociali, nella difesa di un modello di welfare ormai insostenibile anche economicamente (…). Un tramonto che inizia negli anni Settanta, ignorando le ragioni profonde della crisi fiscale dello Stato, smarrendo il rapporto con le trasformazioni epocali del mercato del lavoro e della composizione sociale”. Insomma “una grande crisi culturale che globalizzazione e finanziarizzazione del capitalismo finiscono spietatamente per mettere a nudo”.
Ma c’è la forza di pensiero, innanzitutto, per levare il coperchio su queste radici – che chiamerebbero in causa responsabilità di natura storica – o è più comodo individuare un capro espiatorio, per quanto vulnerabile?
Il forte timore è che, anche in questo caso, abbia ragione Corrado Guzzanti con il suo celebre motto: “la seconda che hai detto”.
Infine c’è il volto telegenico pentastellato di Virginia Raggi, la giovane avvocatessa che si è fatta le ossa nello studio legale di Cesare Previti, la cui regola di vita non pare sia mai stata “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Una designazione fuoriuscita dalle primarie, in questo caso formato on line.
Risulta francamente faticoso plaudire a tale digitalizzazione del consenso contabilizzato in poche decine di persone.
Qui più che di primarie sarebbe più appropriato parlare di ‘parentarie’, a costo di far venire il mal di testa alla solita accademia della Crusca.
Hanno provocato un sussulto di battito cardiaco le parole della senatrice grillina Paola Taverna sulla contesa elettorale romana, secondo la quale le forze politiche tradizionali starebbero tramando per perdere apposta, lasciando al M5S il compito ingrato, e al limite della mission impossible, di governare Roma, scommettendo evidentemente sul fallimento.
Quando si dice che la classe non è acqua.
Non rimane che fare tanti auguri ai romani e all’Italia intera, perché se queste sono le premesse ne hanno – ne abbiamo – davvero tanto bisogno.

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