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Il 13 novembre si celebra la Giornata mondiale della gentilezza. La data ricorda una conferenza tenutasi a Tokio nel 1997 che ha dato vita al World kindness movement, una sorta di movimento per la Gentilezza.
L’arte delle buone maniere sembra ritornare di moda, con libri, corsi e movimenti internazionali per la riscoperta della cortesia. Per molti anni la gentilezza è stata considerata espressione di un atteggiamento formale a cui venivano contrapposte virtù come spontaneità e autenticità. Quando ero all’università, i più ‘spontanei’ (sempre maschi per la verità) erano quelli che ti entravano in casa con le scarpe infangate, aprivano il frigorifero, si impossessavano del divano e trovavano assolutamente ovvio fermarsi a cena.
Come Norbert Elias ha argomentato con “La civiltà delle buone maniere”, il rapporto tra spontaneità e educazione è socialmente e storicamente condizionato: anche le forme di convivenza più ovvie e quotidiane hanno alle spalle un processo di genesi storica. Le buone maniere cominciano ad affermarsi alla fine del Medioevo, con l’avvento della società di corte, una sorta di laboratorio dove si perfezionano tecniche di autodisciplina degli impulsi spontanei – per lo più violenti – cui i liberi cavalieri medievali potevano dare incontrollata soddisfazione. Si costruiscono così quei codici di comportamento che sono di fondamentale importanza nello sviluppo dell’età moderna. Si tratta di codici che sono nel contempo etici ed estetici e che vengono riassunti in parte nelle norme del galateo, termine che pare desueto, ma che regola – tacitamente – i comportamenti in ogni contesto sociale.
Oggi la società di massa rende affollati molti luoghi della vita quotidiana, produce “densità” e talvolta nervosismo; mentre crescono le nostre attese di rispetto, ci sentiamo spesso sottoposti a sopraffazioni, ingiustizie, maturiamo sentimenti di frustrazione e di disagio nei confronti di numerose situazioni. Lo spazio pubblico viene avvertito come lo spazio del sopruso e dell’indifferenza: aiutare l’utente a compilare un modulo incomprensibile o a risolvere il problema del pagamento del ticket nel caso la macchinetta sia rotta, potrebbero essere piccole azioni che migliorano il servizio. Siamo così poco abituati a riceverle che le consideriamo doti personali.
Forse per questo, avvertiamo la necessità di applicare, almeno nello spazio personale, paradigmi di relazione, modalità di esistenza, cifre estetiche orientate al benessere personale. Cito alcune pagine per coloro che volessero diventare ‘più gentili’ www.actsofkindness.org [vedi] pubblica risultati di ricerche e azioni di gentilezza. Il sito www.gentletude.com [vedi] propone uno stile di vita fondato sulle buone maniere, campagne di educazione per le scuole e un premio annuale dedicato alle buone pratiche. In generale, queste iniziative esprimono la ricerca di azioni che servano a migliorare il proprio spazio di vita e il cui esito dipende da noi.
La gentilezza non ha solo una dimensione relazionale, ma investe il senso civico, la natura l’ambiente e ogni relazione sociale. Nello spazio pubblico sarebbe auspicabile una formazione alla gentilezza come dimensione dell’efficienza e dell’efficacia del servizio; nello spazio privato praticare la gentilezza significa dare un piccolo contributo al benessere e al miglioramento della convivenza sociale.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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