2 Dicembre 2014

“Emergenza Ebola”: quando il problema ci tocca, solo per accidente

Riceviamo e pubblichiamo

Tempo di lettura: 7 minuti

da: Ivana Abrignani

Guardiamo con ammirazione al continuo aumento dell’aspettativa di vita e di buona salute in alcune
parti del mondo, e con allarme al fallimento del miglioramento in altri.

Quest’articolo nasce da una notizia da prima pagina, che riferisce il contagio di un medico italiano
in Sierra Leone, per fortuna il paziente sta bene ci confermano, curato con un farmaco sperimentale.
Mi risuona in mente la rassicurazione da parte dei nostri politici, “Abbiamo macchine e medici
unici al mondo, abbiamo la situazione sotto controllo”, e contemporaneamente la stima di persone
contagiate e morte a “causa”dell’Ebola. Finora sono state circa venti le persone evacuate dai paesi
colpiti dall’epidemia di cui dieci in Europa, in rapporto alle sei mila persone del continente africano;
questo a sottolineare non la gara delle morti, ma l’uso inappropriato del termine “emergenza”, molto
di moda oramai (“emergenza migranti, emergenza sbarchi, emergenza Aids, emergenza Ebola”).
Viene definita emergenza ciò che riguarda gli altri e che prima o poi potrebbe venir a intaccare il
nostro territorio; va da sé che non è difficile associare le “varie emergenze”, dimostrazione di
questi facili scivoloni sono le parole di Beppe Grillo, sul suo blog: «Chi entra in Italia con i barconi
è un perfetto sconosciuto: va identificato immediatamente, i profughi vanno accolti; gli altri, i
cosiddetti clandestini rispediti da dove venivano. Chi entra in Italia sia sottoposto a visita medica
obbligatoria all’ingresso per tutelare la salute sua e degli italiani». Secondo Grillo i recenti
fenomeni globali, dalla diffusione dell’Ebola all’Isis avrebbero contribuito a “produrre flussi
migratori insostenibili”, l’Ebola sta penetrando in Europa ed è solo questione di tempo perché in
Italia ci siano i primi casi.
Così, ad esempio anche l’Australia chiude le porte ai cittadini dell’Africa occidentale per prevenire
l’arrivo di Ebola. Il governo ha infatti annunciato una serie di misure che mirano a sospendere
l’immigrazione proveniente dai paesi più colpiti dal virus, nel tentativo di impedirne l’arrivo sul
proprio territorio. La prima misura è quella dello stop temporaneo al rilascio dei visti per chi
proviene da Sierra Leone, Liberia e Guinea, paesi a cui si applicano i provvedimenti messi a punto
da Canberra.
In risposta all’epidemia di Evd (Ebola virus disease) che ha interessato diversi paesi in Africa
occidentale nel 2014, il Ministero della salute ha emanato nuove circolari per rafforzare la sorveglianza ai punti di ingresso internazionali, la segnalazione e la gestione di eventuali casi
sospetti di Evd, sono state inoltre emanate soprattutto raccomandazioni per viaggiatori
internazionali.
Silvia Testi, reponsabile dell’Ufficio Africa di Oxfam Italia, spiega: «Secondo le
stime della Banca Mondiale la diffusione dell’Ebola costerà alla Sierra Leone 163 milioni di dollari
(il 3,3% del PIL) e alla Liberia 66 milioni (il 12% del PIL). La chiusura dei confini ha ridotto
drasticamente il commercio transnazionale, mentre il lavoro agricolo è stato interrotto, ne consegue
che c’è meno cibo nei mercati locali e quello che c’è è molto più costoso. In alcune aree questo
significa che le persone stanno già fronteggiando una grave scarsità di cibo, soprattutto in Liberia e
Sierra Leone, due paesi dove l’agricoltura è più diffusa».
Indubbiamente, nel corso degli ultimi cinquant’anni si sono verificate grandi trasformazioni
tecnologiche in campo medico, e senz’altro se ne verificheranno ancora. In ogni caso, bisogna
ricordare che i maggiori progressi nella salute e nell’aspettativa di vita del ricco Occidente non
debbono molto a interventi medici ad alta tecnologia. Allo stesso modo, le malattie che affliggono
ancora oggi la maggior parte dell’umanità e continueranno a farlo, in un ipotizzabile futuro, non
richiedono soluzioni tecnologicamente raffinate- semplicemente acqua pulita, cibo a sufficienza,
stipendi decorosi e politici e burocrati moderatamente competenti- e sembra improbabile che gli
sviluppi della biomedicina migliorino significativamente tali aspetti.
A questo proposito, propongo un’intervento di Aldo Morrone, consulente dell’ OMS e del
ministero della salute, sulla questione: «L’Ebola è la punta di un iceberg, e al di sotto di questo
iceberg c’è il disinteresse del Nord del mondo per le malattie infettive che continuano a mietere vite
senza sosta. Vogliamo parlare di Ebola? Benissimo. Prima però, ricordiamo qualche numero. Finora
ci sono stati circa tremila casi di febbre emorragica. Ogni anno la diarrea infantile uccide due
milioni di bambini tra l’Africa e il sud est asiatico, mentre la tubercolosi, trasmissibile per via aerea,
ne fa morire un milione. Le cifre parlano da sole, penso».
.Questo è ciò che la Schoepf chiama “ecologia politica della malattia”, che sarà in larga misura a
determinare perché alcuni individui piuttosto che altri abbiano una maggiore probabilità di
ammalarsi. Chiaramente cattiva alimentazione, riparo inadeguato, assistenza sanitaria inefficace,
contribuiscono a una scarsa risposta immunitaria e una maggiore vulnerabilità a prendere infezioni.
Se, dunque la malattia è spesso legata alla violazione dei diritti fondamentali, allora la terapia
più adeguata è senza dubbio la promozione di quei diritti e della giustizia sociale.
Ecco che qui si inserisce il concetto di violenza strutturale, ovvero quel particolare tipo di violenza che viene esercitata in modo indiretto, che non ha bisogno di un attore per essere eseguita, che è prodotta
dall’organizzazione sociale stessa, dalle sue profonde diseguaglianze e che si traduce in patologie,
miseria, povertà, mortalità infantile, abusi sessuali.
La malattia, la violenza e la morte, sono state spiegate come effetti di inevitabili sventure
casualmente e geograficamente distribuite, come effetti di costumi locali dei paesi del terzo mondo,
più che in termini di differenze di distribuzione del potere tra paesi e gruppi sociali. Se, la violenza
strutturale affonda le sue lame attraverso la limitazione della capacità d’azione dei soggetti che
occupano le posizioni più marginali all’interno dei contesti segnati da profonde diseguaglianze
sociali, ecco che l’Ebola, l’Hiv, la Tubercolosi, la Violenza politica e di genere, le Discriminazioni
razziali vengono a configurarsi come specifiche modalità in cui la sofferenza sociale si materializza
nella vita delle persone, come incorporazione di più ampi processi sociali: la natura viene così
socializzata, il corpo emerge a processo storico, il rischio statistico e un beffardo destino si
trasformano in responsabilità politica. A questo punto si può parlare di vere e proprie “patologie del
potere”, di cui la biomedicina coglie tracce individuali, attraverso un linguaggio riduzionistico,
senza però riuscire a far luce sul processo che ne costituisce l’ampia realtà.
I toni sono di allarme e preoccupazione: “Misure di sorveglianza per contrastare la diffusione
dell’Ebola” è il titolo di una delle circolari che il Ministero della Salute ha emesso in questi giorni,
ma il problema riguarda i crescenti sbarchi di immigrati provenienti dalle coste africane che
potrebbero portare da noi malattie gravi come l’Ebola e la Tubercolosi.
In particolare si stanno prendendo misure di protezione sui punti internazionali d’ingresso: porti,
areoporti, frontiere; mari, cieli e terre di un unico universo.
Il fatto stesso che l’Ebola venga definita esclusivamente, riducendo, per questioni logistiche, ai
minimi termini lo studio antropologico al riguardo, nella sua accezione bio-medica quindi mera
patologia (disease), e neanche lontanamente individuale (illness) e sociale (sickness), dovrebbe farci
riflettere. Non tenere conto anche di questi significati, può pregiudicare gli “aiuti” che offriamo a
questi paesi, poichè del resto la malattia non è altro che un riassunto che mette insieme dei fatti
proiettandoli sul palcoscenico del corpo.



Periscopio
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