17 Settembre 2022

FANTASMI /
L’esiliato

Sergio Kraisky

Tempo di lettura: 13 minuti

 

sistono tanti tipi di scrittori. Tra questi ci sono gli scrittori russi, una specie in genere molto amata anche perché, si dice, in via di estinzione. Esistono poi diversi tipi di scrittori russi e tra questi, frugando a lungo nel mazzo, si trovano prima quelli rimasti in Russia e subito dopo gli emigrati all’estero.

Esiste poi una sottospecie di scrittore russo in esilio che non sappiamo quanto sia corretto definire scrittore. Ci riferiamo a persone dedite a scrivere racconti, capaci di avventurarsi a volte nel genere del romanzo e spesso autori di articoletti e ricerche su argomenti di attualità politica o di letteratura. Credetemi, dopo una lunga esperienza di lavoro con i profughi dall’Unione Sovietica e poi dalla ‘Nuova Russia’, so di cosa parlo.

Misha Dobruvolskij faceva parte di quest’ultima categoria di esuli i quali, per il semplice fatto di essere esuli, acquisiscono la patente di scrittori e come tali vengono accolti a prescindere da ciò che scrivono.

Questo accade soprattutto in Francia, specialmente a Parigi, e spesso anche in Italia. Sei hai la patente di scrittore naturalmente è più facile pubblicare i tuoi lavori su riviste specialistiche, italiane o francesi.

Molti di questi esuli vantano un’origine aristocratica, provengono cioè da famiglie titolate di cui è impossibile provare l’autenticità a causa della distruzione degli uffici anagrafici seguita alla tanto deprecata rivoluzione di ottobre e alla successiva guerra civile.

In ogni caso Misha era un principe titolato, vicino pare alla famiglia Yussupov, a cui apparteneva l’assassino di Rasputin. Altissima nobiltà, dunque, imparentata con la famiglia dello Zar. Così almeno risultava da certe carte scolorite vecchie di quasi un secolo vergate in cirillico ed esibite a richiesta, e noi non abbiamo ragione di dubitarne.

Perciò qualcuno potrebbe chiedersi come mai il nipote di tanta stirpe fosse finito a vivere relegato in una soffitta, rinominata mansarda, di un rione popolare di Sorrento. “E’ stato il meraviglioso clima a conquistarmi” raccontava lui.

In realtà si trovava lì perché aveva a suo tempo concupito una fanciulla napoletana di buona famiglia, l’aveva lasciata incinta e i suoi genitori, ricchi ma sprovvisti di quarti di nobiltà, avevano trovato per la giovane coppia romantica quella sistemazione di fortuna nel lontano 1986.

Per un uomo nato negli ultimi anni dello stalinismo, sopravvissuto al lungo travaglio della vita sovietica e al caos della perestrojka, ‘vivere alla napoletana’ negli anni ottanta dello scorso secolo era facile come bere un bicchierino di vodka. Nasce però spontanea un’altra domanda: come riusciva Misha a mantenersi? Semplice: la fortuna era dalla sua parte.

Non si offese quando la fanciulla napoletana lo abbandonò, stanca dell’inconcludenza e soprattutto della miseria e della sporcizia in cui lui, scrittore per vocazione ma costretto a rinunciare alla servitù per mancanza di mezzi, la costringeva a vivere.

Lei si era trovata in poco tempo un lavoro e un marito napoletano molto più promettente e soprattutto, con gran sollievo del padre naturale, si era portata via la neonata facendola adottare dal nuovo marito.

Nonostante il comportamento da gran cialtrone di Misha, i suoceri, chissà perché, si erano affezionati a quello strano profugo di lusso che sembrava così bisognoso di protezione, e attraverso traffici, clientele e relazioni politiche riuscirono a fargli ottenere una pensione speciale dal governo socialista italiano di allora, una pensione di cui Sasha godette fino alla fine.

Anche se godere è una parola esagerata per un assegno mensile che consentiva a malapena di pagare affitto e bollette, a patto di non mangiare più di due volte al giorno. Ma a Sorrento è possibile, come del resto in Russia, vivere decentemente con pochi mezzi, praticando con astuzia l’arte dell’espediente.

E così Misha, dopo essersi trovato una seconda moglie, la dolce Margherita, una fiorentina innamorata della letteratura russa più che di lui, scoprì tutti i vantaggi di un’esistenza sulla costiera amalfitana nei mesi invernali interrotta da una lunga vacanza in una grande tenuta in Toscana da marzo fino a tutto ottobre: tenuta di proprietà della famiglia di Margherita.

Era diventato un pensionato/scrittore mantenuto dal governo italiano senza aver mai lavorato un solo giorno in tutta la sua vita, come si addice a un vero aristocratico.

Con il suo simpatico, dolce italiano, dall’inflessione russo/napoletana e il sorriso educatamente ironico sapeva intrattenere per ore i suoi ascoltatori e commensali, i quali gareggiavano per invitare a pranzo e a cena l’illustre ospite ed esibirlo a amici e parenti.

Da parte sua Misha raramente si sottraeva a quegli inviti, se non per rendersi ogni tanto più ricercato. Grazie alla buona alimentazione, al buonumore costante e alla mancanza di qualsiasi tipo di stress lavorativo si ritrovò all’età di settantatre anni con l’aspetto e la leggerezza di un sessantenne in buona forma.

Risolto il mistero di come sopravviveva rimane però un altro mistero: che cosa aveva scritto? E soprattutto che cosa stava scrivendo? Durante un pranzo in un ristorante della costiera amalfitana aveva risposto a un commerciante di vini, un uomo scettico e molesto come alcuni napoletani sanno essere: – Al momento sono impegnato da molti anni in un romanzo dal titolo Ol’ga Karamazova, la sorella nascosta.

Di fronte all’inevitabile ilarità dei commensali, aveva spiegato, sorseggiando da un calice di rosso Aglianico: – Vedete, ho scoperto negli archivi della biblioteca di San Pietroburgo degli appunti autentici di Dostoevskij, appunti rimasti a lungo sconosciuti, nei quali il grande scrittore racconta il tormento di una sorella minore dei Karamazov. Pensate, una bambina nata da una relazione del vecchio Fiodor con una prostituta.

– ’Sto piezz’ e puorco – commentò il commerciante di vini.

– La quale sorella, ho scoperto dopo un po’ – proseguì Misha con sguardo radioso  – si era resa complice del disgustoso Smerdjakov per fare fuori il detestato padre naturale il quale, risultava dagli appunti, l’aveva stuprata quando era ancora una bambina di otto anni. Lei, sconvolta, si era rifugiata nel convento di Aliosha, il fratello buono, per confessare la sua partecipazione al turpe delitto ed espiare una doppia pena. Doppia perché all’epoca, sapete, le bambine vittime di stupro erano sempre più colpevoli degli stupratori.

Lo aveva raccontato come fosse un fatto di cronaca, con una voce bassa e patetica da attore di teatro, ma i napoletani, si sa, hanno una speciale predilezione per battute e insulti di bassa lega a scapito delle sorelle altrui e in quell’occasione tirarono fuori il peggio del repertorio.

Lui, curiosamente, anziché offendersi come sarebbe stato logico aspettarsi, pare che si divertisse più di loro a coprire di insulti la povera Ol’ga Karamazova a colpi di ‘’N gulo a soreta’ e via dicendo.

In questa maniera, tra le risate generali, affondando in un mare di volgarità tra le quali scontati giochi di parole su Smerdjakov, nessuno riusciva a capire se Misha si fosse inventato tutto o se davvero stesse scrivendo un romanzo incentrato sulla tragica figura di Ol’ga Karamazova.

Ridevano e bevevano. Circondare di dubbi, misteri e leggende la propria esistenza e soprattutto le sue opere letterarie era un’arte nella quale primeggiava.

Altrettanto abile si era dimostrato fino a quel momento nell’arte di vivere galleggiando sui guai e i drammi della vita, danzando sull’orlo dell’abisso come spesso si dice, senza mai guardare giù in basso e salvando solo le buone maniere.

Tanto è vero che la dolce Margherita, quando litigavano e lei minacciava il divorzio, lo accusava spesso di essere ‘inconsistente’. Lui alzava le spalle, la baciava sulla fronte e tirava dritto.

Ma a ridosso del settantaquattresimo compleanno accadde l’impensabile. Durante un pranzo nel parco della tenuta in Toscana conobbe una collega universitaria di Margherita, una quarantenne ricercatrice di letteratura russa. Veniva spesso a trovarla per ragioni di lavoro.

Mai gli era apparso un simile volto incorniciato da capelli castani lunghi e ondulati e il labbro superiore che lasciava intravedere, da una minuscola fessura, un piccolo spazio vuoto a forma di ‘o’.

All’inizio provò delle sensazioni di stordimento, come se avesse bevuto un bicchierino di troppo e un venticello tiepido gli accarezzasse le cosce fino alle parti intime, poi si accorse di certe ondate di brividi che gli salivano dalla pianta dei piedi su per le vertebre e al tempo stesso sviluppò una predilezione per certi film strappalacrime che fino ad allora aveva disdegnato.

Diventò facile al pianto, dormiva male, mangiava in modo disordinato, dimagrì a causa della cattiva digestione e rimase sconvolto dalla potenza di certe fantasie erotiche del tutto nuove che lo assalivano la notte.

Ma la quarantenne aveva tutt’altro per la testa, era sposata con un affettuoso promotore finanziario, impegnata ad accudire due figli ancora piccoli e terribilmente occupata a difendersi e ad  attaccare in quella feroce partita a scacchi che si chiama carriera universitaria.

Lei aveva da subito provato simpatia per quel garbato principe russo che quando camminava sembrava veleggiare, ma appena si accorse di certi sguardi languidi iniziò una gentile quanto veloce presa di distanza. Cominciò a frequentare il meno possibile la tenuta in Lucchesia, anche a costo di vedere danneggiati suoi rapporti di lavoro con Margherita.

Quando Misha capì di essere finito nel vortice di un amore disperato, la voluttà della sofferenza crebbe fino a diventare il sentimento prevalente. Se prima era considerato inconsistente, adesso si aggirava come un fantasma tra la casa in Toscana, il parco e la costiera amalfitana.

Margherita osservava incredula la fenomenale trasformazione di quell’uomo del quale, chissà perché, non riusciva a fare a meno anche se lo avrebbe molto desiderato.

Lui la ignorava, ogni tanto le lanciava un’occhiata e sembrava si dicesse: “Chi è questa gentile signora che vive nella mia casa?”, dimenticando che tutte le case, compresa quella di Sorrento, erano proprietà ormai della moglie.

In quella fatale primavera, quando si dirigeva giù verso il mare, alla vista del cielo di notte veniva rapito da uno stato di eccitazione romantica, che si mescolava con un desiderio struggente di morire gettandosi dall’alto della scogliera tra il baluginio delle onde, come se il mare e il cielo fossero una sola entità pronta ad accoglierlo e a cullarlo.

Una di quelle notti fece anche un paio di passi verso il vuoto per vedere se trovava il coraggio di lanciarsi nell’abisso. Ma prima di cedere al fascino di un destino tragico preferì godersi ancora per un po’ l’ebbrezza dell’amore infelice.

Un giorno la moglie, sorseggiando il cappuccino, gli chiese: – Dimmi Misha, hai mai letto Lolita del tuo tanto amato Nabokov? – Era l’unico romanzo di Nabokov che non aveva letto. Il semplice fatto che negli anni sessanta ne avessero tratto un film americano di successo lo aveva degradato ai suoi occhi di aristocratico.

Lo lesse. Ne indovinò il senso, e capì ancora meglio perché la moglie glielo avesse suggerito. La sua ammirazione per il principe Vladimir Nabokov, che lui chiamava Volod’ja come fossero amici, era sterminata, rappresentava il suo modello di uomo e di scrittore, l’ideale irraggiungibile che non osava confessare nemmeno a se stesso.

Poi rilesse Lolita una seconda volta. Sapeva di non essere come Humbert Humbert  malato di ‘pedofollia’ – per l’occasione coniò questo neologismo – ma volle guardarsi allo specchio con occhio freddo e oggettivo: si accorse della sua carne raggrinzita, delle pieghe cascanti della faccia e di altri dettagli dal significato inequivocabile.

La scivolata dal romantico al patetico era affare di un attimo, un passaggio perfettamente rappresentato su quello specchio. Decise di salvarsi la pelle e rinunciare al tragico tuffo, a costo di apparire un vigliacco ai suoi stessi occhi.

Del resto, era mai stato un eroe? Per qualche mese aveva smesso di danzare sul bordo della vita, un periodo sufficiente per capire che esplorare l’abisso era un compito al di là della sua portata.

Così, grazie a Nabokov e alla complicità della moglie, evitò il suicidio. Ma ormai era un altro uomo: erano svanite la sua cordialità e la sua piacevolezza da commensale, si ridusse presto al ruolo di ospite tollerato e ben poco ricercato.

Due mesi dopo venne punto da una vespa durante una passeggiata nel bosco in Toscana e morì nello spazio di pochi minuti per shock anafilattico. Aveva da pochi mesi compiuto settantaquattro anni. Ma la fine della sua vita non coincide con la fine della sua storia.

Quando alla figlia della prima moglie di Misha, la napoletana, fu rivelato di essere una figlia adottiva, lei, appena superato lo spaesamento, si mise a frugare nella biografia del suo padre naturale, questo principe russo. Voleva sapere tutto di quell’uomo, anche perché si sentiva legittimata a definirsi ‘principessa’, sia pure con la dovuta nonchalance.

Ma dopo accurate ricerche tra le carte del defunto venne fuori che non solo il famoso romanzo su Ol’ga Karamazova era una semplice barzelletta – questo lo avevano già intuito in molti – ma che in tutta la sua vita Misha aveva pubblicato solo due articoli per una sconosciuta rivista accademica online di Minsk, in Bielorussia: uno su Gorkij a Capri e un altro su Gogol a Roma.

Tutti i racconti e il romanzo politico pubblicato clandestinamente in Unione Sovietica di cui spesso aveva vagheggiato con aria misteriosa erano solo annunci senza alcun riscontro, pure invenzioni.

Quanto ai documenti stampati in cirillico che avrebbero dovuto comprovare le sue pubblicazioni se li era scritti da solo e li aveva autenticati creando intestazioni fasulle con la procedura del copia e incolla da documenti autentici.

Se in vita aveva galleggiato, possiamo dire che, dopo la morte, Misha Dobruvolskij evaporò insieme alla sua immagine. Come se non fosse dotato di un sufficiente peso specifico per affondare.

La figlia, dopo un primo momento di disillusione, si consolò, scoprendo che se non altro quel documento in cirillico con albero genealogico e stemma araldico principesco era autentico. Almeno il titolo era salvo. E ancora oggi se ne vanta pubblicamente, seppure con discrezione, ad ogni occasione propizia.

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Sergio Kraisky

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