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Ma attenzione a non sbagliare bersaglio

Una firma per liberarci di Sgarbi (almeno al MART)
Ma attenzione a non sbagliare bersaglio

Tempo di lettura: 7 minuti

il mio fondino di ieri [per chi non l’avesse letto, lo trova QUI] ha provocato una fitta pioggia di lettori, di pensieri, di commenti (una novantina su Ferraraitalia, parecchie centinaia sui social media). E molte domande, che poi era una domanda sola: “Dove si firma?”. Leggevo i commenti e continuavo a pensare. Anche ieri sera, ascoltavo l’ultimo giro di vite per fermare la pandemia, e avevo un motorino che mi girava in un angolo del cervello. Ma intanto, posso dire? Tutti abbiamo un sottofondo sentimentale, a me ad esempio è piaciuta Ursula von der Leyen parlare agli italiani nella lingua di Dante. Dicevano che in questi mesi non aveva combinato nulla come Presidente della Commissione Europea, che il suo Green Deal era ben poca cosa, che la prima donna seduta lassù (tedesca per giunta) non cambiava niente. Beh, con quattro minuti di messaggio in uno stentato italiano, guardando diritto davanti a sé, senza leggere da un foglio, con quel “Siamo tutti italiani”, per me stavolta qualcosa ha combinato.
Pensa che ti ripensa, mi è venuto questo post scriptum. Di seguito, trovate alcune ri-flessioni, le mie reazioni mentali ed emotive alle vostre letture e ai vostri commenti.1.Devo prima di tutto rispondere alla domanda delle domande, o almeno provarci. Dove si firma? Sono in tantissimi che si dicono pronti a firmare per chiedere le dimissioni di Vittorio Sgarbi. C’è una petizione popolare a cui aderire, la raccolta di firme è stata inaugurata pochi giorni fa [aggiornamento: alle 16,40 di sabato 14 marzo, 16.495 firme]. L’hanno promossa, dopo le ultime incivili esternazioni di Sgarbi, i 43 dipendenti del MART di Rovereto, indirizzandola alla Giunta della Provincia Autonoma di Trento. Si intitola: “No ad un Presidente volgare al Museo MART di Rovereto”. Bravissimi, gli faccio un milione di auguri. Per firmare, io l’ho fatto, basta andare su www.change.org [petizione]. Poi c’è il Pubblico Appello ferrarese (in questo caso non è però prevista una raccolta di firme) che chiede al Sindaco leghista  della città estense di togliere a Sgarbi la Presidenza di Ferrara Arte. Non so di altre iniziative in atto. Ma, come buon auspicio, va citato almeno un precedente. Nel marzo del 2018, 33mila firme costringono alle dimissioni Vittorio Sgarbi, che deve lasciare l’alto e ben remunerato scranno di Assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia.

2. Vengo a Vittorio Sgarbi. Ho scritto tre volte su di lui, diciamo pure CONTRO di lui e quello che rappresenta. E tutte le volte ‘mi sono guadagnato’ migliaia di lettori. Come si dice, ho allargato la mia audience. Mi ha anche chiamato un noto giornalista televisivo per invitarmi a una diretta (da casa) nel suo programma. No grazie. Anche perché mi è successa una cosa stranissima: invece di stappare una bottiglia (si sa, per un giornalista essere letto è il primo anche se inconfessato traguardo), mi è venuta giù una gran tristezza.
Siamo sinceri, in verità il ‘successo’ dei miei articoli non è mio ma di Vittorio Sgarbi. Non dipende da colui che scrive, dal SOGGETTO (o dipende dal soggetto in misura assai limitata) ma dall’OGGETTO di cui scrive. Se, per esempio, avessi scritto un bel commento a La Limonata (un formidabile racconto Raymond Carver) avrei raccolto solo i pochissimi innamorati della mia scrittura. Va bene, è una regola aurea del giornalismo, ma non bisogna esagerare. E tanti esagerano, in fondo è abbastanza semplice, basta attaccare (tutti i santi giorni, a testa bassa) un Divo per diventare Divo quanto o più di lui. Non è forse questa la tecnica di quel mediocre giornalista a nome Andrea Scanzi che ‘sulle spalle di Sgarbi’ sta costruendo la sua fortuna mediatica?
Tutto questo per dire due cose. A) Che il vero problema non è Sgarbi, che c’è qualcosa che non va nella nostro sistema informativo, nell’etica del giornalismo, nel nostro approccio ai media, nella società mediatica in generale. B) Che questo vuol essere l’ultimo, o almeno, che spero di non scrivere di Sgarbi per un bel pezzo,  e che invece scriverò di Carver, o di altro, di cose oscure ma più interessanti. Mi avvertono che Sgarbi sparla di me in un altro video. Pazienza. Giovanni Scheiwiller, il più grande dei piccoli editori del Novecento, a chi gli domandava un giudizio sull’ennesimo libraccio fresco di stampa, rispondeva: “Non mi piace e non l’ho letto”. Così io dell’ultimo video di Sgarbi, Non mi piace e non l’ho visto. Che bello se anche voi seguiste il mio consiglio.

3. Il motorino mentale continua a girare. Leggo tra i commenti al mio articolo, non in tutti ma in tanti sicuramente, una specie di gara dell’insulto (a Sgarbi naturalmente). Una corsa a chi la spara più grossa. A chi si sfoga di più. Ora, non voglio difendere il personaggio (ho già detto che non mi piace) ma non capisco questi commenti celibi, questi inutili esercizi. A che serve abbassarsi al livello di chi è ormai diventato una macchietta da avanspettacolo? Faccio fatica a credere in una improbabile, miracolosa, conversione di Vittorio Sgarbi (anche se sappiamo di quell’antico incidente che capitò allo spietato esattore Paolo di Tarso, che era, a onor del vero, ‘un fottutissimo bastardo figlio di puttana’). No, è difficile che Sgarbi caschi da cavallo. Ma il problema è un altro. E cioè, il problema non è Vittorio Sgarbi: dietro di lui, appena un passo indietro e pronti a prendere il suo posto in commedia, c’è  una schiera infinita di aspiranti, praticanti e apprendisti.

4. Aggiungiamo pure la nostra firma. Alla petizione per le dimissioni di Sgarbi dal MART di Rovereto, e a tutte gli altri appelli e petizioni – tutte buone e giuste – che continuano ad arrivarci, nella nostra casella mail, per Messenger o per WhatsApp.  Ma cerchiamo di non confonderci, di non accontentarci di così poco, di non sbagliare bersaglio. Perché dopo uno Sgarbi arriva puntualmente un altro Sgarbi a prendere il suo posto. Nei posti di comando della Cultura, come a dirigere telegiornali o a condurre programmi televisivi. A meno che.
A meno che non capiamo che la battaglia culturale  – perché di vera battaglia si tratta: sangue, sudore e lacrime – si combatte altrove. Lontano? No, vicinissimo a noi. Nelle nostre scuole (di qua e di là dalla cattedra). Nelle nostre biblioteche pubbliche, nei centri culturali, nelle parrocchie. Perfino nei Bar Sport. Alla fine, poco serve abbattere fantocci. Molto serve promuovere una cultura democratica, partecipata, rispettosa, curiosa, gentile.
Ho scelto come cover di questo post scriptum l’ancora e il delfino un particolare della marca di Aldo Manuzio. Lui, il genio assoluto, ‘il migliore’ tra gli editori e stampatori di ogni tempo, aveva un motto che forse può esserci da guida. Traduco in italiano: “affrettati lentamente”. Non c’è fretta, non ci sono scorciatoie, ma occorre non distrarsi. Anche restando a casa, anche “al tempo del colera”, è possibile combattere quella battaglia.

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