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Racconto di Maurizio Olivari

Anche le biciclette hanno un’anima. Quindi anch’io. Mi chiamo Atala, ho sessant’anni portati benissimo e sono stata il regalo per l’esame di Maturità , al mio padrone Matteo. Sono ancora in forma perché lui mi ha sempre trattata benissimo, sempre pulita, ogni tanto una lubrificatina alle giunture, una gonfiatina alle gambe, pardon, alle ruote e quando avevo qualche acciacco, subito a riparare. Sono di colore verde militare e mi vanto di avere i freni a “bacchetta”, le manopole in pelle e la sella di cuoio, tanto che quando esco, quelle persone che incontro mi fanno mille complimenti.

Con Matteo abbiamo trascorso una vita spensierata; da giovincello, mi metteva sul cannone certe belle ragazze che poi portava al parco, mi appoggiava ad un albero e si stendeva con loro sull’erba ad amoreggiare. Io li guardavo divertita. Beata gioventù. Negli anni abbiamo girato tanto, siamo andati all’Università, poi al lavoro, la domenica alla Spal e qualche giro sulle mura della nostra bella città di Ferrara . Insomma sempre insieme.
Adesso sono qui, in questa piccola stanza buia, appoggiata a scatoloni, vecchie cianfrusaglie messe in questa cantina, che è anche la mia dimora per la notte. Mi preoccupo perché sono quasi due mesi che Matteo non viene a portarmi fuori con lui. Non era mai successo, al massimo quindici o venti giorni durante le vacanze estive. Sarà ammalato ? Mi tradisce con una bicicletta olandese ? Mi ha sostituito con una bici elettrica? Non so cosa pensare, sono triste.

Sento avvicinarsi qualcuno, il rumore della chiave nella serratura, la porta che si apre lasciando passare un fascio di luce che illumina una figura maschile. Apro gli occhi, scusate, il fanale e vedo Matteo che mi viene incontro, mi prende dolcemente fra le mani e mi porta fuori, nel cortile del palazzo. Finalmente una boccata d’aria fresca, in una splendida giornata di sole.
Messa sul cavalletto, comincia ad accarezzarmi con un morbido panno, togliendomi dal telaio la polvere accumulata nei giorni di segregazione e inizia a parlarmi come aveva fatto altre volte quando era un po’ giù di corda.

– Cara Ata – comincia, chiamandomi con il mio diminutivo – siamo messi male. Quasi due mesi che sono chiuso in casa per colpa di un virus che ha colpito tutto il mondo e che sta facendo morire migliaia di persone.- Vorrei dare un colpo di campanello, per dimostrargli la mia comprensione ma non lo faccio e lo lascio continuare.
-Posso solo andare dal giornalaio, al massimo 200 metri da casa, andare dal fornaio e per necessità urgenti, in farmacia o dal medico. Guarda, devo sempre indossare questa mascherina, che ci ha regalato il Sindaco, non è un gran modello, forma le orecchie che sembrano quelle di Dumbo, l’elefantino di Disney, però è utilissima a me e per le persone che incontro –

Il tono della sua voce è pacato, rassegnato, intervallato da lunghi sospiri.
– Vivo solo fra le mura di casa, leggo il giornale, guardo la tv, scrivo quattro cavolate su Facebook e dormo. Vuoi che sia vita questa? Io, abituato ad uscire sempre con te, andare in centro città, trovare gli amici per uno spritz, fare il giro delle mura, niente, adesso niente. Sono stanco, mi ribello.Questa notte andiamo fuori, in giro per la città e riscoprire quanto è bella Ferrara.”
Vorrei dirgli di non farlo, di non rischiare, resistere. Potrei sgonfiarmi le ruote ma lui mi avrebbe rigonfiata. Potrei far saltare la catena ma lui è talmente pratico che avrebbe risolto il problema. Non resta che lasciarlo agire. Ancora insieme per una nuova avventura !

Si è fatta notte, sento il rumore della chiave che entra e gira la serratura nella porta della cantina, lentamente si apre con un cigolio da scena di film giallo, la cornice della porta inquadra la sagoma di un uomo mascherato. Un ladro ? No, è Matteo che entra quasi furtivamente, si avvicina e mi solleva dal pavimento, portandomi all’esterno. Non era mai successo, ero uscita sempre con le mie gambe, pardon, con le mie ruote. Era iniziata la trasgressione alle regole di comportamento. State in casa. Matteo quella notte, aveva deciso di evadere.
La notte è serena, la luna piena, con il suo bagliore, crea effetti di chiaro scuro sulle case e sulla strada che stiamo percorrendo. Matteo pedala lentamente, quasi volesse assaporare al massimo l’atmosfera di riscoperta della sua città. Nessuna persona o veicolo in circolazione.
Passiamo da Porta Mare verso il centro città e quando raggiungiamo Piazza Ariostea, Matteo come fosse una guida turistica inizia a raccontare, quasi volesse spiegarmi quello che vedeva.

– Guarda che bella, tutta restaurata, con gradoni bianchi, una nuova asfaltatura, rifatto anche il giardino interno, ripulita la meravigliosa colonna con la statua di Ludovico Ariosto, anche questa restaurata. Pensa che quando la piazza fu realizzata, mi sembra nel 1499, si chiamava Piazza Nova e sulla colonna posizionata nel Seicento, misero la statua del Papa Alessandro VII, poi nell’Ottocento la sostituirono con quella di Napoleone. Anche la nuova illuminazione è proprio suggestiva. Bella vero?”
Vorrei rispondere di sì ma rimango ad ascoltare mentre raggiungiamo il Parco Massari, un vero polmone verde per la città.
– Giustamente è chiuso – riprende Matteo – altrimenti ti farei fare un bel giro in questo che è stato il giardino del Palazzo Massari, qui di fianco. Ci sono tanti alberi particolari, compresi questi due Cedri del Libano che con i loro rami sporgenti, quasi coprono la strada. Ti piacciono Ata? “

Si rivolge a me quasi fossi una di famiglia e ne sono felice ma penso sia l’effetto dei tanti giorni rimasto senza parlare direttamente con delle persone, tranne che per telefono o inviando qualche messaggio.
Andiamo avanti qualche decina di metri e svoltiamo in corso Ercole 1° d’Este. Ci fermiamo subito e sento riprendere il commento del mio improvvisato narratore.

– Eccolo, uno dei più importanti monumenti di Ferrara, nel punto più strategico della città. Il quadrivio degli Angeli, al centro dell’Addizione Erculea. Sono innamorato di questo palazzo della fine del Quattrocento, progettato dall’architetto Biagio Rossetti, che vi ha posizionato ottomilacinquecento blocchi di marmo a forma di diamante per il bugnato esterno che offre un notevole effetto visivo. Oggi è sede della Pinacoteca e ospita spesso importanti mostre di opere dei più illustri artisti, visitate da migliaia di turisti italiani e stranieri.
E adesso avanti diritto fino al Castello! –

Vorrei dirgli di pedalare più piano, perché sui ciottoli saltello e mi fanno male le gambe, pardon, le ruote. Forse lo intuisce e sale sul marciapiede, trasgredendo ancora una volta alle regole, ma stasera va così, in libertà. Meno male che non incontriamo controlli, anche forse a causa all’ora notturna.
– Eccolo, eccolo il nostro Castello! Austero e allo stesso tempo elegante, armonioso con le sue quattro torri, Torre Marchesana, Torre di San Paolo, Torre di Santa Caterina e Torre dei Leoni.
Ha resistito dal 1385 a molte vicissitudini, le guerre, i terremoti , subito qualche piccolo danno poi riparato ed eccolo con il suo fossato, i ponti levatoi e ora illuminato da una calda luce dorata.
Ata, com’è bella la mia città.-

Alzo gli occhi, pardon, il fanale verso il grande orologio del Castello, sono le tre del mattino. Spero proprio che ora si ritorni a casa.
Lasciata piazza Savonarola con la bella statua del Frate, nato a Ferrara e mandato al rogo a Firenze nel 1498 a soli 46 anni, arriviamo alla Piazza della Cattedrale.
Altra sosta. Andrea scende, si appoggia al mio cannone e alza gli occhi estasiato verso la facciata della chiesa. Peccato che una sua parte sia ancora coperta per lavori di restauro.
Con una voce pacata sussurra, quasi a voler rispettare il luogo dove ci troviamo, il suo commento a questo monumento della Cristianità.
– L’hanno consacrata nel 1135 e dedicata a San Giorgio. Stile Gotico-Romanico con il suo campanile costruito più tardi alla fine del 1400. Quando si arriva dinanzi a Lei e si guarda la Madonnina che ci protegge dall’alto, viene voglia di inginocchiarsi e pregare.”
Sapevo che era credente, ma forse il momento che stava attraversando, con la paura del contagio, lo aveva reso più fragile ed una preghiera lo avrebbe migliorato il suo spirito.

Sapevo di Matteo, una persona colta, studiosa e interessata alla storia della sua città ma stasera mi stupiva con le sue citazioni.
Riprendiamo il tour della città, svoltando in Piazza Trento Trieste, portando lo sguardo fino al fondo dove si erge il palazzo di San Crispino. Lo sguardo incontra però anche una vettura della Polizia, ferma per un controllo. Mi trema la catena, penso che adesso il mio buon Matteo passerà un brutto momento.
Ci fermano. L’agente chiede i documenti e il modulo di autocertificazione che motivi la presenza fuori casa.

– La motivazione – interviene l’agente – parla di urgente necessità. Vuole precisarmi quale?
– Dopo quasi due mesi di segregazione in cinquanta metri quadrati – risponde Matteo – nel mio appartamento, senza un balcone, con le finestre che si affacciano su un cortile interno,avevo bisogno di un po’ di libertà, di rivedere la mia città, che vivevo tutti i giorni, durante le mie passeggiate –
L’agente della polizia lo ascoltava attento e Matteo sfoderando le sue doti di attore mancato, una passione che aveva coltivato in gioventù, proseguì con enfasi.

– Vede agente, questa è la notte adatta, la luna piena che rischiara i palazzi, il silenzio che aiuta a sognare, un vero toccasana in questo triste momento. Qual’è la sua città d’origine?
– Napoli – rispose l’agente dopo un attimo di perplessità – Ci abita la mia famiglia –
– Bellissima Napoli, è molto tempo che non ci torna ?
– Ormai due anni, dovevo andare due mesi fa, ma per questa pandemia mi hanno trattenuto per servizio.
– La rattrista non vedere la sua città?
-Molto.

Avevo ascoltato quel dialogo con molta attenzione, sembravano quasi parole di un padre ad un figlio. Dopo un attimo di silenzio, il giovane agente si allontana andando a parlare al collega anziano seduto dentro la vettura di servizio. Al suo ritorno, riconsegna i documenti e invita ad andare a casa e rimanerci. Matteo lo guarda accennando ad un sorriso, ringrazia e gli augura buon lavoro e felice ritorno, sperando presto, nella sua Napoli.

Adesso sono più rilassata, scampato pericolo di multa e mancato sequestro del veicolo, cioè io, povera bicicletta.
E’ quasi mattino, la luna sta lasciando il campo ai primi bagliori dell’alba e percorriamo la strada del ritorno in silenzio.
Via Mazzini, il Ghetto Ebraico, verso corso Giovecca ammirando la facciata della chiesa di San Francesco, attraversiamo gli archi della Prospettiva con la sua ampia scalinata che porta sulle mura e arriviamo, dopo pochi minuti, a casa.
Sono un po’ stanca, dopo due mesi di inattività, non ero più abituata a lunghe pedalate ma felice per il mio padrone. Sentivo che nelle sue mani appoggiate alle mie manopole, c’era una nuova energia, datagli da questa avventura notturna.
Matteo, apre la porta della cantina, mi appoggia delicatamente ad una parete, mi accarezza dolcemente il manubrio, si allontana lentamente, si volta e mi dice – Atala, andrà tutto bene –
Mentre chiudeva la porta non so se abbia sentito che io sussurravo – Speriamo –

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