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La cavalletta
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Stanca. Sfinita. Stremata. Disfatta. Annientata.
Non era riuscita a schiacciare il pisolino pomeridiano e si sarebbe dovuta trascinare così — stanca — fino a sera.
Prese una tazzina e vi versò il caffè — quello rimasto nella caffettiera dalla mattina — che neppure arrivava all’orlo e lo mise nel microonde.
Niente di peggio di un caffè riscaldato. Ma perché sprecarlo? Ed era così orribile da deglutire da provocare l’effetto di una sferzata — e il risveglio era assicurato.
Puntò venticinque secondi sul timer del microonde e non lo avviò.
Il marito, che si era trascinato dal divano in cucina, si era appoggiato al termosifone. — Non ho chiuso occhio, — biascicò.
— Oh, povero! — lo commiserò lei.
— Solo un passacuore di due secondi.
— Beh, almeno quello…
— Più che un passacuore era un “passainfarto”…
Anna lo squadrò. Non riuscì a ridere alla battuta, anche se il gorgoglio del riso l’aveva dentro, ma la risata l’avrebbe prostrata del tutto.
Pomeriggio di un caldo giorno d’inizio estate.
L’idea — sua — era stata di fare la spesa dopo pranzo. Finita l’ultima forchettata d’insalata si erano lanciati un’occhiata disperata: “Ce la facciamo?”.
La pennichella esigeva d’essere rispettata, l’abitudine di anni dettata dal bisogno insopprimibile di stendersi non ammetteva eccezioni.
Il marito cercò di farle cambiare idea: — Lo senti? — fece, tendendo l’orecchio. — “Michele… Michele…” Mi sta chiamando.
— Chi, ti sta chiamando?
— Il divano.
Niente da fare. Lei era irremovibile.
Si erano messi in auto, con le borse frigo, i bigliettini, uno per ciascuno, per dividersi i generi da acquistare, così avrebbero fatto prima. Borsetta, cellulare, mascherina, guanti: partenza.
Già al cancello elettrico, mentre pian piano si apriva, Anna avrebbe voluto urlare dalla disperazione. — Almeno a quest’ora non ci sarà molta gente. Una ressa, come l’altra volta, alle dieci di mattina, non la voglio più affrontare, — puntualizzò, per ricordargli che non c’era altra scelta, se volevano avere una chance contro il contagio da covid 19 in tempo di pandemia fase due.
Riuscirono a portarsi al supermercato — il marito sbadigliava da mangiarsi il volante.
Riuscirono a far la spesa. A caricarla in auto. A ritornare a casa. A scaricare i prodotti acquistati. Anche a non perdere il controllo mentre riponevano ordinatamente i generi alimentari. Ma quando fece per estrarre le vaschette sanguinolente di carne dalla borsa frigo: — No! — si arrese lei, ricacciandole dentro. — La carne, no! La divido dopo. Vado a letto. Anche se sono le tre del pomeriggio. Punto la sveglia. Mezz’ora. Crollo…
Il caffè era ancora lì, nel microonde. Spinse il pulsante, riscaldò la bevanda, bevve. Il liquido nero era disgustoso al punto giusto, le diede un po’ di brio. Quel tanto per assistere ad una scena…
Il marito, appoggiato al termosifone, aveva d’un tratto flesso all’indietro la gamba destra e iniziato a grattarsi il polpaccio sinistro con il dorso del piede destro, generando un petulante stridio… zizi zizi zizi…
Anna lo osservò, mentre lui la fissava con lo sguardo vacuo, assorto nel suo compiacimento… zizi zizi zizi… uno zillare insistente, la mostruosa imitazione di una cavalletta… zizi zizi zizi… gli sviluppati femori posteriori a strofinarsi sulle ali anteriori sclerificate per produrre il suono che l’uomo, in mancanza di tegmine, emetteva grattando il tarso sulla spinosa tibia… zizi zizi zizi…
Decise che era troppo e di tornare a letto.
Si coricò.
Ma quello zizi zizi zizi continuava, ossessivo, amplificato.
Ed era vicino al suo timpano, dalla parte destra, dove dormiva il marito.
Allungò il braccio e sfiorò con le dita una pelle rigida, fredda, che vibrava assordante.
Cacciò un urlo, ritrasse la mano, si volse con gli occhi sbarrati.
La camera era rischiarata dai cocenti raggi delle ore quindici e trenta, filtranti dalle fessure della tapparella.
Ah, già, — ricordò, uscendo a fatica dal torpore del sogno — il marito, di pomeriggio, sonnecchiava sul divano, in sala…
Poi raggiunse a tentoni lo smartphone, spense la sveglia, diede un sospiro sonoro e si ripromise di cambiare al più presto il motivo “zilli di cavallette” della suoneria.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

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