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Quella mattina, mentre faceva colazione, Miriam guardava rapita un telefilm. Uno di quelli americani, una serie dipanatasi nel tempo contando chissà quante puntate. Un telefilm “leggero”, ma con interpreti di valore, come fanno negli Stati Uniti dove, anche nelle pellicole più commerciali, sono impegnati attori di grande carisma ed esperienza.
Di tutto l’intrigo della sceneggiatura, l’aveva colpita una sequenza. L’anziano proprietario di un cavallo, dopo vari tentativi di curare l’animale vecchio e artritico, ormai con liquido nei polmoni, si era deciso ad abbatterlo. Alla sua maniera, naturalmente, in perfetto stile western, anche se moderno: con la carabina, puntando alla testa. Era il suo animale, il suo amico, era giunto il momento di alleviare le sue sofferenze.
Nelle sequenze in cui prendeva la mira, le ottime inquadrature del cameraman avevano immortalato la recitazione da oscar dell’attore. La decisione, l’occhio sbarrato sul mirino, il prendere la mira, l’indugio nel premere il grilletto, un battere di ciglia, l’occhio che si appanna, le emozioni che hanno il sopravvento, i ricordi, i muscoli del viso che si rilassano, lo scoramento, l’incapacità di proseguire sino al desistere, affidando il compito al veterinario. L’attore aveva fornito un’interpretazione così veritiera e umana, senza parole, perfetta nei tempi e nell’intensità, che a Miriam si era contratto lo stomaco e aveva emesso un singulto.
Quando le succedeva, la donna aveva un gesto di stizza e insieme di affetto verso se stessa, borbottando che era diventata troppo sensibile. Commuoversi davanti ad un telefilm!
Il fatto era che, al di là dell’eccellente performance dell’attore, Miriam era stata assalita dalla compassione. E dai ricordi.
Anche lei aveva avuto diversi animali. Cani e gatti che aveva amato come si potevano amare gli animali. Mantenendo cioè un distinguo con gli esseri umani. Ma solo perché appartenevano a specie diverse, non per un diverso codice comportamentale che esigeva prima di tutto — prima di tutto — il rispetto. Il rispetto per la loro condizione di cane, di gatto, di animale con marcate caratteristiche. Li aveva amati, quindi, non solo accudendoli e dando loro affetto, ma rispettando la loro natura, senza farli diventare la parodia di un essere umano.
Aveva pianto quando aveva raccolto due suoi gatti spiaccicati sulla strada, quasi un tutt’uno con l’asfalto, da doverlo grattare — il tributo pagato alla libertà che, su consiglio del veterinario, non aveva sottratto loro, rinchiudendoli a vita in casa. Aveva pianto quando aveva dovuto far sopprimere gatti e cani ormai talmente sofferenti incurabili o in agonia che, a non dar loro una morte rapida e indolore, sarebbe stato egoismo, l’ostinazione a tenerli in vita anche a costo del loro strazio.
Il telefilm terminava con una citazione di Konrad Lorenz, riferita al cane ma che, per l’occasione, la nipote del vecchio cambiò rapportandola al cavallo e donandola al nonno: La fedeltà di un cavallo è un dono prezioso, che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano. Il legame con un cavallo fedele è altrettanto “eterno”, quanto possono esserlo, in genere, i vincoli tra esseri viventi su questa terra.
“Ecco” pensava Miriam. “Penso di aver avuto questa fortuna. Che anche i miei animali l’abbiano avuta”.
E le tornavano in mente gli occhi delle sue bestiole — gli occhi. Quelli che le avevano parlato con sentimento puro, con gioia e disperazione, con pena e felicità, con libertà e dedizione. Era sicura che anch’essi avessero visto le stesse espressioni nei suoi occhi. E poiché gli animali erano capaci di interpretare la mimica facciale — gli atavici segni comuni ad ogni essere vivente — anch’essi avevano capito quello che lei provava nei loro confronti. Il rispetto. L’affetto.
E le sovvennero tutti i dibattiti e i discorsi sull’eutanasia, sul testamento biologico, sull’accanimento terapeutico e sulla terapia del dolore o sulla sedazione completa, non sempre applicata, quando la situazione era irrecuperabile… — Parlo per me, — iniziava così, durante le discussioni, infervorandosi. — Io non ho paura della morte, ma del dolore, e credo di essere solo di passaggio sulla terra, perché destinata ad una vita dopo. Ed è inumano e un oltraggio alla mia dignità tenermi a forza qui, a costo di ulteriori sofferenze e di trattamenti sproporzionati ai risultati, invece di sedarmi completamente e lasciarmi andare, quando non c’è più nulla da fare. Perché solo chi patisce sa quanto è lungo un secondo di dolore.
E poi pensava ai morti per coronavirus in terapia intensiva — a quelli nel periodo più nefasto e a quelli attuali, che morivano nello stesso modo ma che, essendo in numero minore, suscitavano meno scalpore, meno riflessioni, meno interesse — e agli infermieri che avevano avuto la pietà e la compassione dell’assistenza, di tenere loro la mano, anche se guantata, sino al momento del passaggio. Pensava ai loro occhi — gli occhi — al muto linguaggio che li aveva uniti, attraverso gli strati di protezione, oltre le parole. E pensava che l’essere umano era capace di cose bellissime.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

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