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«Care compagne e cari compagni».
Antonio_Gramsci
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«Care compagne e cari compagni».

Ecco si, il mio discorso lo inizierei così

«Perché mi abbiate scelto a rappresentarvi, al momento mi sfugge. Non capisco quali caratteristiche voi abbiate notato che a me da oltre mezzo secolo sfuggono. Ma tant’è ».
«Il mio pensiero è ottuso e tutt’altro che avanguardistico, credo testardamente nei valori e nelle ideologie del mio e del nostro passato. Ideologia termine fin troppo bistrattato, il cui significato è oltremodo semplice, complesso di idee e concetti alla base di un movimento politico. Già qui per anni ci hanno voluto far credere che il sostantivo femminile ideologia fosse in contrapposizione con il sostantivo femminile idea, non è così. Io sono comunista, forse troppo per qualcuno, forse poco per altri, sono di sinistra nell’unica accezione che io ritengo esista, sono marxista, ateo non integralista, illuminista, abbastanza democratico, femminista, sono abbastanza buono ma non buonista, antimilitarista ma forse non pacifista del tutto, mediocre, con nessuna eccellenza, non sono scrittore ma scrivo, leggo molto perché mi ricordo poco. Non credo di avere un grosso carisma, non sono un leader, non trascino le folle, credo che fare sindacato sia un mestiere mentre la politica non lo è. Ero l’ultimo della classe al liceo, un discreto difensore delle giovanili, non amo il calcio ma sono appassionato di S.P.A.L., sono certo dei miei dubbi e non russo quasi mai».

Qui forse dovrei fare una pausa, arrotolarmi le maniche della camicia, bere un sorso d’acqua e ricominciare.

«Tutti sappiamo cosa rappresenta per noi il pugno chiuso. Da una mano aperta, le cinque dita si stringono come segno di unità, non è un caso se il giornale fondato da Antonio Gramsci sia chiamasse proprio così. L’unità a sinistra però è un concetto più vacuo dell’ araba fenice, più introvabile sacro graal, più leggendario dell’Arca di Noè. La base da cui nascono tutti i movimenti di sinistra degli ultimi due secoli e mezzo è una polvere più fine della farina di riso. Da sempre ci dividiamo, dal 1800 in poi, Anarchici e Socialisti, Socialisti e Comunisti, Comunisti e Sinistra extra parlamentare. Per non parlare poi dell’oggi. Ma poi ci arrivo. Aggiungo un tema centrale di questa ricerca disperata di aggregazione e comunitarismo. Non sto parlando di centro sinistra, verso cui non si può avere un atteggiamento pregiudiziale e nemmeno additarlo come IL nemico, ma sto parlando di aggregazione oltre, molto oltre il PD. Partito verso il quale non ho grosso trasporto e che io, nelle mie classificazione novecentesche, inquadro in uno spicchio parlamentare di centro, liberale, alle volte di destra democratica, ovviamente utilizzando i mie canoni di riferimento. Ora, non distruggetevi in applausi a scena aperta, serbate i pugni nelle tasche, perché pure per noi duri e puri c’è molto da puntualizzare. La mia area politica, oramai estinta, è quella di un partito di massa, di popolo, il partito che fu la speranza di un italiano su tre. Ora nel parlamento italiano credo che l’incidenza della sinistra sia prossima al 3-4%. Poi un partito comunista dell’1% è un ossimoro, una contraddizione in termini. Nella storia recente abbiamo visto quanto le sinistre arcobaleno abbiano fallito, perché raggruppamenti elettorali, dove mille partiti volevano solo mettere i puntini sulle i ad ogni incontro, abbiano avuto vita breve. Quanti sono i partiti che in un qualche modo in Italia si rispecchiano nell’Eurocomunismo o quanto meno rispecchino una sinistra radicale? Cinque, otto, dieci? Io non lo so, ma ritengo questa disgregazione pulviscolare il punto centrale della mancanza di rappresentanza di una buona parte degli elettori della nostra fazione. Come è possibile, ancora oggi nel XXI° secolo dividersi su Lenin, Trotsky e Mao? E’ vero che sono un vetro e trinariciuto nostalgico, ma credo in una terza via. Si, come quel signore sardo che faceva della pacatezza e della calma un’arma micidiale contro il capitale».

E qui secondo me, dovrei divincolarmi, altrimenti riprenderei concetti triti e ritriti, sedimentati nella mia piccola mente.

«Io lo so che le critiche non mancheranno, i compagni mi riterranno troppo morbido, i democratici mi additeranno quale amico delle destre, perché sottraendo voti al centro sinistra la destra sarà al governo. Perché ora dov’è? Ma quello che vorrei dire a me stesso per primo è che occorre un pensiero critico, nei confronti del sistema mondo, è ora di smetterla di fare un passettino in avanti e due indietro, non c’è tempo per inquinare di meno, occorre disinquinare. Occorre de-privatizzare, almeno i beni comuni, la salute, l’ambiente, la scuola, i cimiteri. Certo i servizi cimiteriali sono a scopo di lucro, e a voi sembra normale? Non si può produrre soldi con altri soldi, eliminando la forza lavoro, il prodotto, il manufatto. Occorre risanare, ristrutturare, individuare nella grandi multinazionali il vero nemico, a cui imporre dei limiti chiari, evidenti, mondialisti. Chimica, acciaio, risorse prodotte con una vera attenzione all’ambiente e alla qualità dell’aria e dell’acqua. Non c’è più spazio, non c’è più tempo. Le risorse pubbliche rimangano pubbliche, la solidarietà ritorni ad essere un elemento cardine della società. Come possiamo noi, trucioli di falci e martelli, predicare un internazionalismo proletario quando ancora ci dibattiamo su chi abbia il diritto a fare la guardia al mausoleo di Lenin. Poi, non come primo punto, che rimane la realizzazione di una nuova e unitaria sinistra, aggregante, inclusiva, non settaria, senza niet e senza veti, senza puri (la purezza è di destra, ricordiamocelo), aperta ad un dialogo con forze diverse, si il PD e pure i 5S (o almeno quella parte che era contraria all’aggregazione con la Lega). Non saltate sulle sedie, non datemi del servo del capitale. Ho detto dopo, non prima».
«La tristezza di un mondo dove la sinistra non va più di moda, non ha più attrattiva, non aggrega più, mi disturba, mi fa sentire un fallito, mi vergogno nei confronti di mio padre, di mia bisnonna, di un popolo intero che da due secoli ha cercato di costruire un mondo migliore, per i propri figli, mentre io non l’ho fatto, non ho lottato, non mi sono realmente sacrificato. Non è giusto. Avremmo dovuto lasciare un mondo migliore, come tutte le generazioni passate hanno fatto. Noi no, e siamo ancora qui a dibattere sulla tonalità di rosso più adatta alla nostra bandiera. Che è ancora a terra e che viene sventolata solo alle manifestazioni alternative. Nessuna inclusione, solo steccati, tu si, tu no, un noi talmente tanto ridotto da essere diventato una elité, un club, un gruppo di privilegiati che abbaia ad ogni compagno difforme dalle proprie immutabili tavole della legge, su cui con lo scalpello sono scolpiti i diktat, mai di qua, mai di la, io sono più di te, io sono meglio di te. Per me compagne e compagni, il pugno chiuso è questo, l’Unità come ricerca, approdo e ideologia. Casa per casa, strada per strada (cit.) sogno per sogno».

E a questo punto, tra i pugni chiusi e le lacrime dovrebbe partire l’Internazionale suonata dagli Area.

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