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Grafica Veneta: siamo tutti un po’ schiavisti

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Pare quindi che la tipografia Grafica Veneta, con sede in provincia di Padova, che stampa alcuni tra i best seller mondiali (tra cui la traduzione italiana della saga di Harry Potter) appaltasse ad una ditta di delinquenti pakistani (la BM Services) la stampa dei suoi prestigiosi, e spesso progressisti, libri. Chi li stampava erano altri pakistani, costretti a turni da 12 ore al giorno, senza ferie e malattia, spesso senza alloggio, oppure costretti a vivere in 20 in appartamenti da 3, malmenati se si permettevano di lamentarsi. Un caso di sfruttamento schiavistico del lavoro nel pieno della operosa pianura padana. Colmo della vicenda, nel 2018 i titolari (italiani) della Grafica Veneta si lamentavano pubblicamente perchè non trovavano ragazzi italiani disposti a lavorare per loro, e ovviamente davano loro dei viziati. Nel frattempo, come si vede, hanno rimediato:

https://www.fanpage.it/attualita/grafica-veneta-lazienda-che-non-trovava-operai-ora-e-sotto-inchiesta-per-sfruttamento-del-lavoro/

I due titolari dell’azienda si difendono dicendo che loro non c’entrano nulla, che erano all’oscuro di tutto. La loro logica è: abbiamo semplicemente appaltato il servizio alla ditta che ci garantiva il miglior rapporto qualità/prezzo. Che male c’è? Non sapevamo nulla delle condizioni di lavoro di questa gente.

Prima di puntare il dito contro di loro, pensiamo al nostro comportamento, non dico da imprenditori (non tutti lo sono), ma da consumatori (tutti lo siamo). Quando acquistiamo prodotti made in China (vestiti, tessuti, elettronica cheap o anche griffata: tanto è quasi tutta fabbricata in Cina), lo facciamo perchè costano meno degli altri. Mentre facciamo questa operazione, quanto tempo dedichiamo ad una riflessione sul perchè questi prodotti costano così poco? Certo, i più avvertiti sono sfiorati dal pensiero che dietro ci siano centinaia di operai sottopagati, ma allontanano il pensiero con una punta di fastidio. In fondo, non possiamo mica cambiare il mondo da soli.

Ma questo esempio è una banalità, anche un po’ datata. No Logo di Naomi Klein ha raccontato cose peggiori, e No Logo ha già 20 anni di vita. Parliamo di qualcosa di più recente, e molto pertinente. Lo scrittore Maurizio Maggiani dichiara di vergognarsi per essere stato “così attento al Dop, all’Igp, al Doc”  e non essere stato “attento a ciò che più mi doveva riguardare”: cioè il fatto che i suoi romanzi fossero stampati con il lavoro di schiavi pakistani. Grafica Veneta, appunto. Affermazione naif, dal candore quasi disarmante. E che dire allora di Jovanotti, quando prima della data di Trieste un’ impalcatura, causa temporale, viene giù e uccide un operaio di 20 anni addetto al palco? Colpa del temporale? Però un suo amico dichiara: “Lavoriamo da mezzanotte a mezzanotte. Montare un palco per un concerto è un lavoro da schiavi con altissima professionalità. Un lavoro faticosissimo, che non conosce soste. Si dorme poche ore mentre gli spettatori si godono lo spettacolo e poi di nuovo a lavoro per smontare tutto. Nessun cantante o promoter possiede queste strutture in proprio: sono troppo costose. Siamo noi che arriviamo con i Tir durante la notte e cominciamo a montare i praticabili della base.” E che dire dei mastodontici tour degli U2? Mentre rappresentavano le contraddizioni della globalizzazione cantando Zoo Station, mentre Bono (immagino animato dalle migliori intenzioni) telefonava in diretta a Bush, in quanti abbiamo pensato a quanta Co2, quanto benzene, quante polveri sottili, quanto inquinamento quella carovana enorme ha contribuito a rilasciare in giro per il mondo?

L’unico ad essere coerente con i principi rappresentati nella sua arte mi è parso Ken Loach, quando nel 2012 ha rifiutato il premio del Torino Film Festival per protesta contro l’esternalizzazione dei servizi al festival, i bassi salari ed il licenziamento di alcuni lavoratori. La vogliamo chiamare distrazione, quella di queste star del progressismo che non si preoccupano di quanto sfruttamento c’è dietro la rappresentazione spettacolare dello sfruttamento contro cui si ergono in qualche modo a paladini? La vogliamo chiamare distrazione, quella di noi che ci nutriamo della salutista quinoa, le cui monocoltivazioni estensive provocano un largo utilizzo di prodotti chimici artificiali inquinando l’ambiente ed il prodotto e causando danni all’ecosistema e alla biodiversità animale?

Quanto siamo diversi, da imprenditori illuminati o da consumatori ecologici, dai due capi della Grafica Veneta che si discolpano affermando che “non potevano sapere”? Purtroppo credo che non siamo molto diversi. Non al punto da poterci permettere di alzare un indice accusatore contro la loro sete di profitto, che non trovo troppo diversa dalla nostra superficiale, ignara, comodamente distratta voglia di risparmiare schei.

 

 

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