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Hungry Hearts, fiocco nero a New York

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Tempo di lettura: 4 minuti

Dopo “La solitudine dei numeri primi”, Saverio Costanzo propone un nuovo film incentrato sulla famiglia, e sulle difficoltà e i drammi che possono nascere al suo interno: “Hungry Hearts”, tratto dall’ottimo romanzo di Marco Franzoso. Una storia sull’amore tra due giovani, lei italiana e lui americano, ambientata in un abbastanza inedito Upper west side di New York, e in un minuscolo appartamento metropolitano sul cui tetto la protagonista coltiva biologico in una piccola serra.

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La locandina

L’incontro-prologo dei due, in un ristorante cinese dove rimangono chiusi in un bagno appena usato dal giovane per evacuare con grande effluvio odoroso cibo tossico, rimanda a una accentuata e forse parossistica fisicità, al cibo come ancestrale simbologia e sintesi della vita stessa. Da questo incontro un grande amore, seguito da una gravidanza e da una nascita; un ciclo naturale, su cui si innesca la particolare sensibilità di una straniata Alba Rhorwacher, che rinchiude il figlio all’interno della casa, sottraendolo al contatto col fuori; indottrinata da tante letture new age, vegane ed esoteriche, alimenta il figlio coi pochi cibi, solo vegetali, che ritiene non ledano la purezza sua e del figlio.

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La famiglia

Uno scontro anche tra la socialità, rappresentata dai medici, dalla strada, dalla suocera, e la privatezza del nucleo familiare. Da qui un crescendo di scontri, che per ovvi motivi non anticipiamo.
Anticipiamo però che si tratta di un gran bel film, molto ben interpretato da una inquietante Alba Rhorwacher, che inevitabilmente ci rimanda alla Mia Farrow di Rosemary’s Baby, e del nuovo attore emergente Adam Drivers, entrambi premiati al Festival di Venezia.

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Alba Rohrwacher e il figlio in una scena del film

Il film provoca forti reazioni: la ostinazione della madre nel difendere il suo personalissimo e disperatamente difeso diritto a seguire le sue convinzioni, “una madre sa cosa serve a suo figlio”, ci rimanda certamente a una visione di un irrazionale femminile che spaventa e inquieta. Alcune riprese con l’ottica fisheys deformano la figura già esile e androgena della protagonista fino a farne una icona quasi mostruosa; la macchina da presa insegue i dialoghi e i visi, in momenti in cui la violenza sembra esplodere.

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Adam Drivers con il piccolo in una scena del film

Il crescendo di manipolazioni reciproche tra i due genitori inquieta; ci sentiamo sospinti verso l’orrore dell’inaccettabile e del mostruoso; la mamma possessiva che decide da sola, contro ogni evidenza medica e scientifica, come alimentare e depurare il figlio, o la suocera manipolatoria e rinchiusa in una specie di padiglione da caccia con corna di cervo e trofei, danno della figura femminile una immagine inquietante e angosciosa.
Eppure la regia non condanna, non prende posizione, ma indugia anzi, a nostro parere, verso una umana simpatia e comprensione per il particolare percorso della madre; come afferma lo stesso Costanzo “è la storia estrema di una ossessione d’amore che una madre non riesce a gestire l’amore per il figlio, che non riesce a contenere il miracolo della sua maternità”.
Cerchiamolo nelle sale, premiamo un film italiano coraggioso e di stampo internazionale.

Hungry Hearts, di Saverio Costanzo, con Con Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, Al Roffe, Geisha Otero, drammatico, vietato ai mionori di 16 anni, durata 109 min., Italia, 2014

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