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Da anni è in atto una contrapposizione generazionale. Nella storia accade spesso, ma ogni volta in modo diverso. Si tratta allora, per capirne le cause specifiche, di spostarsi dal piano della polemica quotidiana, a quello culturale e antropologico.

Schematicamente organizzo il discorso mediante alcune mosse storico-concettuali per fornire qualche criterio metodologico. All’indomani della Seconda guerra mondiale, il filosofo liberale Benedetto Croce e il leader comunista Palmiro Togliatti si confrontarono pubblicamente su che cosa sia una nuova generazione. Croce ne negava l’esistenza sostenendo che il compito dei giovani era quello di invecchiare. Togliatti rispondeva che esistono peculiarità che caratterizzano una nuova generazione, ma non tutte le generazioni che si succedono sono nuove. Entrambi dicevano una cosa giusta. Per Croce, l’invito ai giovani di invecchiare significava richiamare il difficile e necessario impegno per diventare adulti e responsabili. Togliatti richiamava l’esigenza che ogni generazione, per definirsi nuova, dovesse essere portatrice di novità vere e significative rispetto a quelle precedenti.

Antonio Gramsci, in alcune note dei Quaderni del carcere, fornisce alcuni criteri che restano importanti per il nostro tema: “Una generazione che svaluta la generazione precedente, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. […]Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Una generazione che sa fare solo soffitte, si lamenta che i predecessori non abbiano costruito palazzi di dieci o trenta piani.” Questo modo di ragionare sul passato era presente nella generazione del ’68, ed è diffuso anche oggi nel comune sentire dei giovani, soprattutto nei confronti della politica.

E sulle responsabilità delle vecchie generazioni? Si interroga Gramsci: “Da dove viene l’irrequietezza dei giovani? Si può dire che essa è dovuta al fatto che non c’è identità tra teoria e pratica, e più precisamente ciò vuol dire che c’è una doppia ipocrisia: cioè si opera con una teoria o giustificazione implicita che non si vuole confessare; e si dichiara una teoria che non ha una corrispondenza nella pratica. Questo contrasto tra ciò che si fa e ciò che si dice produce irrequietezza, cioè scontentezza, insoddisfazione. In questa situazione le responsabilità sono degli anziani. Costoro dirigono la vita, ma fingono di non dirigere, di lasciare ai giovani la direzione. I giovani credono di dirigere, ma i risultati delle loro azioni sono contrari alle loro aspettative, e così diventano ancora più irrequieti e scontenti. Il risultato può essere che chi domina non può risolvere la crisi, ma ha il potere di impedire che altri la risolva.” Infine, conclude Gramsci “[… ]nel succedersi delle generazioni può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio: la generazione capace di educare i giovani.”
Quest’ultima annotazione rappresenta bene l’attuale stallo in cui ci troviamo.

A conclusione di questo schematico e rapido percorso, mi permetto due indicazioni positive, da parte di un anziano, per un dialogo fecondo e non rissoso.
Per ciò che riguarda la politica, resta decisivo il monito di Vittorio Foa: “I valori politici non si ricostituiscono con le prediche. Vorrei vedere degli esempi, perché è dagli esempi che nasce qualcosa. Ho notato che la parola ‘esempio’ non compare più nel lessico della politica, mentre è una parola essenziale: l’esempio è la cosa più importante che si deve chiedere al politico.” E’ detto chiaro il rifiuto di ogni atteggiamento paternalistico nel rapporto tra anziani e giovani.
Per ciò che riguarda il piano esistenziale, ricordo il consiglio che dava Jean Paul Sartre ai giovani, per evitare la trappola del lamento permanente e del vittimismo: “Non è importante ciò che gli altri hanno fatto di te, ma ciò che tu farai di ciò che gli altri hanno fatto di te.” Sembra uno scioglilingua. Traduciamo: non lamentarti per tutta la vita dei condizionamenti che ti derivano dal tempo in cui sei nato, dalla famiglia in cui sei cresciuto, dal lavoro che fai, dall’ambiente che frequenti. Esci dallo stato di minorità e diventa adulto: esercita fino in fondo la dimensione personale della responsabilità. Come diceva Immanuel Kant: “Sapere aude!” Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto!

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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