28 Febbraio 2016

“I danni del neoliberismo”. Laura Pennacchi indica il problema ma dimentica le responsabilità

Claudio Pisapia

Tempo di lettura: 8 minuti

Sul sito del Partito Democratico si può trovare la biografia di Laura Pennacchi, economista ma laureata in filosofia, che venerdì sera in biblioteca Ariostea ha parlato di beni comuni e del suo libro “Il soggetto dell’economia”. E’ importante, come sempre del resto, fare una premessa. La professoressa ha un passato politico di tutto rispetto: ben tre legislature, dalla XII alla XIV, cioè dal 1994 al 2006, con Prodi, i Comunisti Italiani, i Ds, fino al Pd, coerentemente con i partiti della sinistra italiana. Con Prodi è stata sottosegretario al Tesoro e tra le sue deleghe c’era lo studio dell’impatto equitativo delle leggi finanziarie. Non poco insomma, stare in Parlamento nel periodo cruciale in cui per gli italiani cambiava tutto.
Una delle bellissime frasi dell’autrice è: “Dobbiamo prendere atto che il neoliberismo è da un lato dissipazione enorme di ‘beni comuni’, specie ambientali, dall’altro drammatica sottoproduzione di ‘beni pubblici’, collettivi e sociali. Bisogna lavorare per costruire un nuovo modello di sviluppo”. Dunque il neoliberismo agisce da ‘raptor’ nell’economia, mentre scompaiono i beni pubblici, come quelli che Prodi cominciò a svendere dal 1992, per intenderci. Ops!

La professoressa Pennacchi ha intrattenuto il pubblico, in una gremita sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, con il racconto del suo libro e della sua idea di come il mondo dovrebbe cambiare. Ha tracciato i mali del neoliberismo, una dottrina fondata sulla competizione e sulla creazione delle ineguaglianze. Ha parlato di politiche keynesiane di spesa pubblica e di controllo e direzione statale perché, ha detto, anche Adam Smith ne sentiva la necessità.
E poi ha parlato di moneta e ha detto che non può essere merce, ma dovrebbe essere considerata appunto un bene comune. Ha messo insieme Stiglitz e Soros (un po’ come il diavolo e l’acquasanta!) e ha pontificato, chiedendo emulazione, su quanto sta facendo l’amministrazione Obama (neoliberista?), che sta investendo molto nell’economia reale a differenza dell’Italia, dove avremmo bisogno di tanta spesa pubblica perché abbiamo infrastrutture carenti o fatiscenti che lasciamo a se stesse.
Ovviamente ci sono anche la Cina, che entra a gamba tesa nei nostri mercati, e la Germania ordoliberista che non fa gioco di squadra con gli altri paesi europei.

A una domanda del pubblico che chiedeva come fosse possibile fare spesa pubblica in Italia non avendo sovranità monetaria ha risposto che questo Governo ha sbloccato ben 12 miliardi di euro in politiche di spesa pubblica.
In realtà la Pennacchi fa fatica a rispondere seriamente alle domande, ma ha scritto un libro molto bello dove tocca tutti i mali della società moderna.
Il neoliberismo nasce proprio come opposizione alle idee keynesiane di controllo statale dell’economia, che non è un affare comunista perché, per esempio, lo faceva benissimo il Giappone che comunista non lo è mai stato. Il controllo statale serve proprio per mantenere i rapporti di forza e perché non ci sia sbilanciamento tra chi è troppo forte e chi magari fa un poco fatica: un’azienda di 40 operai ha diritto di esistere esattamente come una multinazionale, se però lasci operare liberamente le forze del mercato, senza controllo dello Stato, la prima viene facilmente distrutta. Allo stesso modo uno Stato più forte, più aggressivo o che produce a basso costo perché magari sfrutta i bambini, avrà la meglio su uno Stato che invece cerca di rispettare le persone e l’ambiente.
Perché le regole e il mercato neoliberista si affermino la prima cosa da togliere di mezzo è lo Stato, cedergli il potere economico e fargli sovrastare la piramide delle competenze. Per avere il controllo dell’economia devo controllare la moneta, ma se questa è un bene comune non posso farlo. Quindi devo rendere la moneta scarsa e assolutamente non pubblica né comune.

La Pennacchi ha ricordato gli accordi di Bretton Woods, ma qui bisogna aggiungere un po’ di cose. A Bretton Woods fu deciso l’assetto della piramide monetaria. Al di sopra di tutto c’era l’oro, poi il dollaro e infine tutte le altre valute. Ogni valuta poteva essere cambiata in dollari, i quali garantivano il cambio in oro. Se avessi voluto avere più dollari, quindi più moneta in circolazione, dovevo scavare delle buche alla ricerca dell’oro.
Il sistema non funzionò, tant’è che il 15 agosto del 1971 Nixon dichiarò pubblicamente che il dollaro non sarebbe stato più scambiabile in oro. Bene, da allora successe quello che la Pennacchi ha detto di volere: la moneta finalmente non era più merce, ma libera di essere prodotta dagli Stati nella quantità giusta, un bene comune e fluttuante rispetto alle altre monete.
Poi però è successo che nel 1979 siamo entrati nello Sme, nel 1981 si è deciso che la moneta non dobbiamo “produrla” noi, ma la dobbiamo chiedere ai mercati finanziari, fuori dal controllo statale. Infine, quando già questi cambiamenti avevano portato il debito pubblico dal 50% a più del 100%, siamo entrati nell’euro abbandonando ogni pretesa di controllo statale dell’economia (e anche di tutto il resto).
Quindi si infrange il sogno della prof. Pennacchi?

In merito ai 12 miliardi sbloccati a deficit per politiche di lavoro bisognerebbe considerare un paio di cose.
Nella situazione odierna di disoccupazione dilagante e di aziende alla ricerca di credito per non chiudere, sono solo una goccia nel mare delle illusioni. E’ stato calcolato che per far ripartire l’economia italiana si avrebbe bisogno di 200 miliardi di euro, ma come farlo senza aumentare il debito pubblico? Farci sforare il deficit nel sistema euro non deve farci gioire perché ogni soldo in più che immettiamo nell’economia lo dobbiamo chiedere in prestito alla Bce, che non è la nostra prestatrice di ultima istanza, ma semplicemente qualcuno che ci presta i soldi ad interesse. Tutto questo grazie ai grandi cambiamenti regalatici dalla nostra classe politica negli ultimi trent’anni, che si frappongono alle riforme auspicate ieri dalla Pennacchi. Forse avrebbe dovuto pensarci prima?
Quindi tutto quello che è stato scritto in quel libro e detto in quella sala è solo una bella favola, perché oggi non è attuabile, a meno che non si vogliano prendere delle serie decisioni politiche di rottura, ma questo la professoressa non lo auspica, anzi.

Ma riflettiamo sulla premessa. La professoressa Pennacchi dice che il neoliberismo non va bene, che la moneta deve essere un bene pubblico e che lo Stato deve intervenire nel direzionale l’economia. Chi o quale parte politica ha voluto fortemente che lo Stato cedesse sovranità politica e monetaria a partire dagli anni Ottanta? Chi materialmente ha proceduto alla svendita dell’Iri con dentro tutto il patrimonio di banche pubbliche, rendendo di fatto la moneta un bene privato? E chi o quale parte politica ha voluto lo smantellamento delle leggiche prevedevano, in Italia, la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento, che ha portato di fatto anche piccole banche locali a investire in derivati? Non sarà, per caso, che la compagine di cui ha fatto e fa parte la professoressa Pennacchi ne è un poco responsabile? E’ tutto questo ad aver portato al comando il neoliberismo, i mercati e la finanza, nonchè distrutto beni comuni, ambiente e Stato.

E per concludere, ha nominato Stiglitz. Ebbene quest’ultimo ha scritto un libro sulle diseguaglianze negli Stati Uniti, “Il prezzo della diseguaglianza”, spiegando con dati precisi che queste dagli anni Ottanta sono sempre più aumentate e che la tendenza è incrementata con l’era Obama. Obama è, inoltre, la persona che ha impiegato tutti gli ex manager e amministratori delegati responsabili dei fallimenti bancari del 2008 che hanno innescato al crisi globale di cui paghiamo ancora lo scotto, facendone i propri consiglieri economici. Chi mai potrebbe aspettarsi politiche anti-neoliberiste da coloro che hanno sfasciato l’economia americana? Joseph Stiglitz ricorda che Obama riusciva con volto imperturbabile ad annunciare che non si poteva non pagare milioni di dollari in buonuscite ai manager che avevano fatto collassare le più grandi banche e ridotto sul lastrico milioni di lavoratori; poi però, ai lavoratori del settore dell’auto, con lo stesso volto, spiegava che dovevano accettare riduzioni salariali perché il mercato era in crisi.

Insomma, il messaggio che lancerei alla professoressa è più che altro una richiesta: mettere insieme i pezzi del suo libro e del suo discorso, fare i giusti collegamenti, considerare in che direzione è andato il suo partito e dove sta andando adesso e poi prendere una decisione. La Sinistra che si parla addosso, che sogna un mondo perfetto e ne parla ai cuori solitari non fa bene al Paese e in questo momento non serve a niente. Dire delle cose, ma nasconderne altre non fa altro che aumentare quella asimmetria culturale e di informazione di cui non abbiamo proprio più voglia e bisogno.



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L’autore

Claudio Pisapia

Dipendente del Ministero Difesa e appassionato di macroeconomia e geopolitica, ha scritto due libri: “Pensieri Sparsi. L’economia dell’essere umano” e “L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa paura”. Storico collaboratore del Gruppo Economia di Ferrara (www.gecofe.it) con il quale ha contribuito ad organizzare numerosi incontri con i cittadini sotto forma di conversazioni civili, spettacoli e mostre, si impegna nello studio e nella divulgazione di un’informazione libera dai vincoli del pregiudizio. Cura il blog personale www.claudiopisapia.info
Claudio Pisapia

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