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I sentieri irti della crescita

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Ognuno di noi sa che deve percorrere duri sentieri per arrivare in vetta, e se fa anche della montagna non può che essere d’accordo.
Quando si partecipa a un master sull’Europa, sugli effetti che ha procurato la moneta unica da una decina d’anni e più, sente che il relatore utilizza la metafora della montagna, di una catena di montagne e di tante persone che, con lo zaino sulle spalle, si incamminano su per i sentieri, sapendo che, primo a poi, arriveranno in cima.
In quei corsi si diceva che il cammino poteva essere irto, con molti tornanti, alcuni rivoli d’acqua e belle cascate, un laghetto, un piccolo altopiano, un pendio ripido, tanto verde, alcune panchine, un contesto anche bello da vedere con il sole, un po’ meno con la pioggia, se poi c’è la neve il tutto si complica.
Bel discorso, anche interessante, ma non siamo al Cai, si replicava! Chi stava al gioco aggiungeva: “Ci sarà almeno una baita, uno strudel, una piccola sosta anche per ripararci”; da dietro al tavolo un sorriso e la lavagna luminosa proiettavano le Dolomiti.
Ma dopo le Dolomiti le slide illustravano un uomo, di mezza età, vestito in tricolore, con uno zaino consistente e abbastanza rumoroso al suo interno, dal quale ad un certo punto è uscito il nostro Paese con tutti i suoi problemi: la busta paga, la fattura, la catena di montaggio, una vanga, un libro, una giovane disoccupata, una bolletta, un paio di calze, una mela, un biglietto del bus e… tanto altro.
La vera difficoltà era rimettere il tutto in ordine, il vento non ci aiutava nella raccolta, dopo un po’ tutto rientrò nello zaino ma non mancarono alcuni rumori, uno sciopero, una dogana che ti controllava la commessa, il preziario contestato, una pratica edilizia ancora ferma, la pagella del figlio, il dépliant delle vacanze e altro.
Ma cosa centra tutto questo con l’Europa delle nazioni, con l’euro, con Bruxelles, con la Pac, con la fiscalità, con il debito ed il deficit?
Una parabola, una raffigurazione dinamica, non certo la montagna delle Scritture, sicuramente un approccio anche didattico e, soprattutto, indicazioni per come percorrere i sentieri, come l’Italia dovrà attrezzarsi per percorrere un cammino lieve, sereno, attento, interessato, fino ad arrivare lassù e vedere l’orizzonte sopra le nuvole. Poi, girandosi attorno, incontrare con la vista, le altre cime, la Francia, la Germania, il Portogallo, la Gran Bretagna.
E se mentre arrivi sopra, trovi che altri sono arrivati prima di te, altri stanno ancora salendo e li vedi affrontare il penultimo tornante, altri ancora riposarsi sull’altopiano sottostante, e gli ultimi a bere alla baita? Forse vuol dire che potevi fare meglio e che le turbolenze nello zaino (una certa contestazione, alcune ingiustizie, i diritti e le libertà, i privilegi e le burocrazie, il lavoro, ecc.) sono sempre ed ancora in atto.
La saletta del master, circa 26 corsisti, molti di qualità e con una buona formazione, sembrava fiduciosa e tutti avevano capito quale doveva essere la direzione di marcia.
Molto dipende da noi, si dicevano, dai nostri comportamenti, dalle nostre solidarietà, da come saremo governance dello zaino, dall’essere Paese e comunità più vasta.

Poi arrivavano le 10.30, l’ora del coffee break e, tra un sorso e l’altro, si commentava: “Questa è l’Europa che vogliamo, almeno in molti.”

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