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I “sinistrati”, pochi e divisi pure nel cordoglio per gli schiavi dei campi

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Dodici braccianti africani schiavizzati nelle nostre campagne muoiono su una strada in un terribile incidente e la risposta che tutti ci attendevamo, per lo meno io mi attendevo, era di una massiccia, imponente manifestazione unitaria. Per dire no allo sfruttamento, no al nuovo schiavismo, no al caporalato mafioso. Invece, no. Questi uomini vivono separati dal resto del mondo nel ghetto di Rignano vicino S. Severo, terra di mafia, per altro, muoiono soli e manifestano da soli. Due distinte manifestazioni di cui non si è capita la motivazione. Una alla mattina, alle otto e trenta organizzata dall’Usb. Coprendo a piedi la distanza che separa il loro ghetto dal centro di Foggia. L’altra al pomeriggio, simbolicamente ad un’ora più comoda, meno soleggiata, alle 18.30, organizzata dalle tre confederazioni sindacali. Ancora una volta separati e divisi. Nella terra che fu di Giuseppe Di Vittorio, storico leader della Cgil, bracciante anch’esso che conosceva il sapore amaro del pane, come diceva mio nonno contadino. Lui, artefice dell’unità sindacale, ma soprattutto dell’unità dei lavoratori. Quasi profeta della necessità dell’unità degli sfruttati nel lavoro. A me quelle due manifestazioni separate e distinte sono sembrate una bestemmia. L’ennesima per altro a cui i sindacati confederali ci stanno sempre più abituando. Eppure, l’8 agosto scorso 2018 è successo proprio questo, che dei lavoratori hanno dovuto organizzarsi da soli la loro manifestazione.
Sarebbe interessante capire il perché di quei due cortei. Le sento già le giustificazioni: “loro hanno preferito manifestare da soli”; “non c’è stato il tempo per mettere in moto la macchina organizzativa”; ecc. ecc. ecc. Forse la verità è che un filo di razzismo serpeggia anche tra i lavoratori nostrani e le loro organizzazioni che in fondo pensano che se la sono cercata. Un po’ come negli stupri dove la responsabilità è sempre della vittima. Magari anche in questo caso si pensa che se avessero detto di no allo sfruttamento non sarebbe successo. Magari si pensa che è colpa loro se in fondo il caporalato continua ad imperversare, se il prezzo della manodopera è sceso al punto che nessuno di noi accetterebbe di lavorare a quelle condizioni ed ora ci ritroviamo i nostri figli disoccupati. E allora non c’è tempo per organizzare insieme una manifestazione unitaria. Per riconoscersi come parte di una stessa storia di sfruttamento, per riconoscersi come parte di una stessa classe. Sì, classe! Viva Dio! Usiamola questa parola! Quella di chi è costretto a vendere le propria braccia per campare. Bianchi, verdi, gialli, musulmani, cristiani, induisti, buddisti. Classe! Per guardare insieme cause e origini di questo sfruttamento e dire insieme basta! Così non va. Per dirsi reciprocamente che chi calpesta i tuoi diritti calpesta anche i miei ed è per questo che dobbiamo lottare insieme. Insieme trovare le parole comuni. Insieme riconoscersi come parte di un’umanità che rivendica i diritti nel lavoro e al lavoro. Parlarsi. Guardarsi negli occhi. Stringersi mani nelle mani a formare un’unica catena. Questo avrei voluto vedere in un’unica manifestazione l’8 agosto scorso a Foggia. E allora sì che caporali, imprenditori agricoli senza scrupoli e spesso fiancheggiatori della mafia, quando non affiliati essi stessi, avrebbero avuto paura. Invece, insieme alle lacrime ho dovuto ingoiare il boccone amaro di due distinte manifestazioni che per quanto mi riguarda resteranno un’ulteriore macchia nella storia del sindacato contemporaneo. Perdonaci compagno Di Vittorio se abbiamo dovuto assistere a questo scempio proprio nella tua terra.

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