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di Lorenzo Bissi

15 agosto 1945. L’imperatore giapponese Hirohito annuncia via radio al suo popolo di accettare i termini della dichiarazione di Potsdam, e, dunque, di arrendersi alle potenze Alleate.
Dall’altra parte del Pacifico, in cui gli orologi ancora segnano il 14 agosto, il popolo americano può definitivamente festeggiare la fine della guerra: la gente scende nelle strade, grida motti di vittoria e canta inni di pace, lancia fiori e berretti e si scambia gesti di irrefrenabile affetto.
Fra tutti i presenti a Time Square, New York City, ci sono un ragazzo piuttosto robusto, divisa nera e cappellino bianco, che ha tutta l’aria di essere un cadetto della marina militare americana, e una giovane infermiera avvolta da un camice bianco candido. Lui la prende fra le braccia possenti, la spinge leggermente indietro e la rapisce in uno dei Baci più famosi della storia.
È un Bacio di festa, un Bacio di speranza; la Guerra è finita e d’ora in poi si può tornare a fare la propria vita di tutti i giorni, senza che gli uomini rischino di morire ad ogni ora e le donne attendano in ansia i propri mariti mentre passano inesorabili i giorni, le settimane, i mesi.
È un Bacio di fine e di inizio allo stesso tempo, poiché la distruzione della Guerra ha fatto pulizia e ha spianato la strada a nuove entusiasmanti idee, attività, vite.
È un Bacio passionale, dove tutta la forza del gesto si sprigiona e viene catturata in uno scatto fotografico immortale, dove Il nero e il bianco, l’uomo e la donna, la pace e la guerra si allacciano in un abbraccio eterno, che alla vista suscita un senso di interezza, integrità, purezza, difficilmente raggiungibile.
C’è da dire, però, che il Bacio, in base a ciò che le “indagini” del caso hanno fatto emergere, sia avvenuto fra due persone che non si conoscevano, ma che, prese dall’estasi del momento, si sono baciate e hanno prodotto un capolavoro.
E dunque la domanda sorge spontanea: l’immagine è anche un Bacio d’amore?
Se la risposta è sì, allora quei due sono stati molto fortunati, e lo saranno in eterno agli occhi dei posteri. Se invece è no, quelli fortunati allora siamo tutti noi appartenenti alla razza umana: grazie ad un così piccolo gesto possiamo creare opere d’arte di incommensurabile grandezza.

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