Home > ACCORDI - il brano della settimana > Il buco dell’oceano

Da ragazzo ho imparato a surfare proprio qui, su questa spiaggia, tra queste onde. Aspettando l’onda giusta per ore, e spesso c’erano giorni in cui non arrivava mai. Interi pomeriggi a sfidare le maree tra cadute e botte nell’acqua o, peggio, sugli scogli. La sera tornavo a casa ammaccato dappertutto e dovevo mentire a mia madre che credeva fossi stato tutto il giorno in biblioteca a studiare. Le nascondevo come potevo i lividi e le abrasioni su gambe e braccia che puntualmente scopriva la mattina seguente quando veniva a svegliarmi.
Prima della laurea avevo abitato coi miei nella loro casa qui sulla costa, a pochi passi dalla città. A quel tempo uscivo spesso in barca con mio padre, e anni prima fu proprio lui a insegnarmi a veleggiare, navigando in questo tratto della baia fino all’arcipelago di isolotti che la separano dal mare aperto.
Fin da bambino il mare ha sempre fatto parte della mia vita.
Ma solo ora posso trovare un modo ragionevole di descrivere ciò che ho visto. Solo dopo aver capito tante cose, e averle accettate cambiando per sempre il senso di quello che credevo di aver visto e vissuto fino a quel momento, posso raccontare ciò che i miei occhi hanno incontrato a dispetto della mia mente.

Il mare non esiste più!
Al suo posto una voragine dall’ampiezza infinita, buia, terrificante…
Un immane buco nero, grande come il cielo, ma un cielo rovesciato. Un baratro nel quale si riversano e confluiscono e ancora risalgono immense volute di fluidi neri e purpurei, come cascate di sangue viscoso e denso.
Dove prima il mare lambiva la spiaggia ora c’è l’orlo dell’abisso!
L’orizzonte è scomparso poiché cielo e baratro sono un tutt’uno in un frenetico vorticare di nubi bluastre e arabeschi di gas incandescenti. Tutto l’immenso spazio visibile è un insieme caotico di masse informi in costante movimento e trasformazione, come enormi embrioni infernali in piena metamorfosi.
E sopra la mia testa, la coltre temporalesca che oscura il cielo non è nient’altro che una propaggine dell’abisso che ho davanti agli occhi.
Questa è la fine del mondo, il suo limite estremo, il punto in cui il mondo in cui ho sempre vissuto s’interrompe, lasciando spazio a qualcos’altro che non comprendo.

È quanto di più meravigliosamente terribile un occhio umano possa vedere. Ma a volte l’occhio accetta cose che la mente non può far altro che rifiutare.
Tremo, il cuore mi scoppia nel petto, resto immobile, coi piedi inchiodati a terra a osservare questo spettacolo infernale…
Sublime, tremendo, maestoso, selvaggio…
Forse è proprio l’Inferno, o magari addirittura il Paradiso, del resto chi li ha mai visti? Di certo non può essere il mondo che ho conosciuto fino a un momento prima.
Non sono più capace di pensare. Frastornato da emozioni sconosciute, le più violente che ho mai provato. Ne sono sopraffatto e mi sento perduto nella più assoluta solitudine.
Non lo so con certezza ma non provo una paura fisica, non temo la morte. Forse perché quello che vedo va oltre il concetto stesso di pericolo e di morte.
Ciò che mi sta consumando è questo inesorabile senso di solitudine e di perdita di speranza, ecco.
Ciò che vedo va al di là di ogni mio tentativo di pensiero logico, ogni certezza è stata annullata. È forte la tentazione di abbandonarsi allo stordimento dei sensi e al destino, qualunque esso sia.

Il fatto è che il destino ti spiazza sempre, lasciandoti spesso con l’amaro in bocca.
Sento adesso un rumore lontano, un suono insistente, penetrante. Proviene dalla mia sinistra, sempre più invadente, insopportabile…
Apro gli occhi, sono le sette in punto. Spengo la suoneria. Anche oggi non sono riuscito a sapere come va a finire… Dannato mondo!

Lifted (Eurythmics, 1999)

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