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Il caledoscopico Amleto di Peter Brook

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STANDING OVATION: I PIU’ ACCLAMATI SPETTACOLI TEATRALI DEL XXI SECOLO
“La tragédie d’Hamlet” di William Shakespeare, nell’adattamento e regia di Peter Brook,
Teatro Comunale di Ferrara, dal 28 al 30 maggio 2003

Chiusura memorabile della stagione di prosa, questa sera al Teatro Comunale in esclusiva 2003 per l’Italia, con “La tragédie d’Hamlet” di William Shakespeare, nell’adattamento e regia del grande Peter Brook. Inutile soffermarsi sull’arcinota vicenda della tragedia composta dal Bardo verso la fine del Cinquecento, più interessante è forse ricordare che l’oggi ormai ultrasettantenne Peter Brook è da molti considerato il maggior regista teatrale vivente, e che alcuni suoi allestimenti, in parte ispirati alle teorie di Artaud, sono ormai ritenuti “modelli” storici del Novecento oltre che indiscussi capolavori: “Marat-Sade” (1964), “Orghast” (1971), “Mahabharata” (1987).
Brook ha peraltro affrontato allestimenti shakespeariani un po’ nel corso di tutta la sua vita, dal “Romeo and Juliet” pennelato da tagli di luce bianca e arancione al “Measure for measure” con la processione di storpi e pezzenti, dal “Titus Andronicus” con la magistrale interpretazione di Lawrence Olivier al “Sogno di una notte di mezza estate”. In merito a questo suo recente spettacolo ha commentato lo stesso regista: «Che cosa si può dire a un giovane attore che si cimenta in uno di questi grandi ruoli? Dimentica Shakespeare. Immagina unicamente che il personaggio sul quale stai lavorando è esistito davvero, immagina che qualcuno lo abbia seguito ovunque con un registratore nascosto, in modo che le parole che ha detto siano proprio queste».
“La tragédie d’Hamlet” va in scena in lingua francese con sopratitoli in italiano e prevede una diversa disposizione dei posti a sedere: infatti il pubblico si disporrà su gradinate collocate attorno ad una scenografia quanto mai essenziale, caratterizzata semplicemente da un grande tappeto rettangolare con alcuni cuscini.
Ora l’amletico dilemma è: come si fa a recensire un capolavoro? Nel 1955, dopo aver assistito ad “Aspettando Godot” di Beckett, il critico del Sunday Times scrisse: «Cercare di racchiudere il significato della commedia in una frase è come cercare di catturare il Leviatano con una retina da farfalle». Qui siamo più o meno nelle stesse condizioni. “La tragédie d’Hamlet” esula da qualsiasi classificazione, i piani critico ed estetico coincidono, la strepitosa recitazione rende irrilevante l’assenza di una scenografia “storica”, gli atemporali costumi sono fantastici. La soluzione scenica, solo apparentemente semplice, è in realtà un ricchissimo caleidoscopio di velluti, drappi e colori; le musiche, suonate dal vivo con strumenti orientali da Antonin Stahly (Orazio in scena), evocano un “altrove” sonoro di suggestiva efficacia.

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