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Il calvario delle riforme di papa Francesco

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In un articolo su Libero il 22 giugno scorso, Antonio Socci se la prende con il neosegretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), Nunzio Galantino.
Diverse sono le dichiarazioni rilasciate dal vescovo di Cassano Jonico, la più piccola diocesi calabra, ma forse le parole che hanno fatto traboccare il vaso al vaticanista del giornale diretto da Maurizio Belpietro sono quelle rilasciate a QN il 13 maggio: “In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così … Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro”.
Apriti cielo.
Socci va giù durissimo col segretario Cei, scelto personalmente da Papa Francesco il dicembre scorso: “Galantino si è mai guardato allo specchio? Si sente un Rodolfo Valentino?”. Ma soprattutto: “Con quelle parole ha immotivatamente ferito il grande popolo della vita suscitato dal magistero di Giovanni Paolo II”.
Qui c’è un primo forte colpo di sciabola rivolto ad una strategia ecclesiale, vista come eccessivamente cedevole allo spirito secolarizzato del tempo, troppo debole nel volere “Chiedere scusa ai non credenti – sono sempre parole di Galantino riportate – perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente la sensibilità dei non credenti”.
A questo abbassare la guardia della chiesa, Socci oppone le parole di Cristo nel Vangelo di Matteo (10, 34): “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma la spada!”.
Non sono un biblista, ma mi pare che la citazione sia decisamente fuori luogo, perché quelle parole sono dette per mettere in crisi ogni forma di facile sentirsi al sicuro ed acquisito accomodamento in ambito familiare. Perciò più dirette, mi pare, ad un contesto ad intra che ad extra.
Ma non è questo il punto.
Il vero attacco sembra piuttosto rivolto non tanto al segretario della Cei, quanto a chi lo ha voluto e, quindi, a Papa Bergoglio.
Si può disquisire all’infinito sull’opportunità e sullo stile delle uscite di Galantino, ma il bersaglio vero è altrove.
E quello di Socci non è che un esempio che accanto ad altri sta formando ormai una fila lunga come davanti ad uno sportello delle Poste.
A molti non va giù l’idea che si stia chiudendo per i vescovi italiani il ventennio ruiniano, così come non sono passate inosservate le modalità con le quali si è svolta la sessantaseiesima Assemblea generale della Cei, nella quale non era mai accaduto, come scrive Il Foglio sabato 17 maggio, che fosse il Pontefice in persona a leggere il discorso d’inizio. Un gesto che è stato letto come un commissariamento di fatto della Cei. E le stesse richieste di Papa Francesco di riforma dello statuto e la sostituzione del segretario generale al posto di mons. Mariano Crociata, sembrano i segni inequivocabili di un cambio di rotta.
Molti altri, poi, sono i mal di pancia che stanno affiorando nella chiesa.
Secondo Massimo Introvigne, docente di Sociologia dei movimenti religiosi all’Università Pontificia Salesiana di Torino, i lefebvriani si starebbero dando molto da fare perché ritengono il pontificato di Francesco per loro inaccettabile “e sperano – continua il docente in un’intervista a QN il 16 ottobre 2013 – di diventare un polo di coagulazione del dissenso anticonciliare”.
Stesso mese e stesso anno, qualcuno lo ricorderà, ci fu il caso dei due collaboratori di Radio Maria, Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, allontanati dall’emittente per avere firmato un lungo commento sull’operato di Bergoglio dal titolo significativo: “Questo Papa non ci piace”. I due non avevano gradito le interviste rilasciate da Francesco, ritenute “un campionario di relativismo morale e religioso”.
Fra queste, il lungo colloquio col direttore de La Civiltà Cattolica, nel quale Bergoglio definisce la chiesa un ospedale da campo.
Frasi e dichiarazioni che fanno irrigidire Michael Novak, fra i più noti ed influenti filosofi cattolici statunitensi. “Le sue parole – così in un’intervista a La Stampa il 21 settembre 2013 – lo espongono alla strumentalizzazione da parte di chi vuole colpire la chiesa … La sinistra si sentirà incoraggiata a spingere per modifiche della dottrina”.
Lo stesso Introvigne sempre su QN (21 settembre 2013), prova a ridimensionare: “Abbagliati dalla nuova strategia pastorale e dai nuovi accenti molti si aspettano chissà quali aperture dottrinali, cadendo in questa che è una sorta di illusione ottica”.
Come dire: cambieranno anche i toni, ma la sostanza della chiesa rimane identica.
In una riflessione sulla rivista americana Commonweal il 5 giugno scorso, lo storico Massimo Faggioli, fa una disamina dettagliata del fronte oppositivo a Papa Bergoglio.
Stile e linguaggio di Francesco non sarebbero benvenuti per numerosi vescovi, molti dei quali silenziosamente resistono ai cambiamenti.
In Italia i cardinali di Venezia, Milano, Torino, Genova, Firenze, Napoli e Palermo, non sono annoverati fra i massimi estimatori dell’attuale Pontefice, mentre il cardinale di Bologna, Carlo Caffarra, non ha esitato a criticare pubblicamente le posizioni di apertura del pari porporato Walter Kasper, circa la possibilità dei cattolici divorziati e risposati di ricevere la comunione.
Nel panorama editoriale italiano giornali come Libero, Il Giornale e Il Foglio, non stanno risparmiando critiche a Bergoglio. Lo stesso Corriere della Sera – scrive Faggioli – sembra dare voce al capitalismo italiano preoccupato dal magistero papale in ambito sociale. La dura strigliata sull’inequità contenuta nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, è sentita per tanti come un campanello d’allarme.
Sandro Magister su L’Espresso, da sempre dato in quota a Ruini, non si tira indietro a dare voce a certi ambienti vaticani non proprio entusiasti della svolta bergogliana.
Si potrebbe andare avanti, per esempio, con pezzi significativi dell’episcopato e del cattolicesimo statunitense, culla delle posizioni prolife, ma ben più dell’elenco telefonico può interessare un significativo inciso di Faggioli.
Se c’è una cosa che contraddistingue da sempre la cultura conservatrice della chiesa, tanto da farne un vanto, è il rispetto incondizionato per l’ordine gerarchico, per l’autorità investita di un mandato divino.
Ora invece, diversi si sentono, per diversi motivi, minacciati da un corso ecclesiale che li spaventa e questo li porta a dimenticare una storica, e teologica, affezione e obbedienza alla figura del Papa, cadendo così in una vistosa contraddizione.
Ma che cosa irrita maggiormente chi, come anche Socci, è tuttora abituato a leggere i fatti ecclesiali all’interno del binomio angusto conservatori-progressisti, destra-sinistra?
Lo storico Alberto Melloni va bene all’osso della questione quando dice che per Wojtyla e Ratzinger era decisivo affermare e annunciare i valori cristiani nello spazio pubblico e mostrare la capacità antagonista della chiesa. Bergoglio, invece, ragiona partendo dalle persone e non dalle leggi, dai principi e dalle istituzioni.
Due cose, in fondo, stanno contraddistinguendo più di altre le parole e soprattutto i gesti del Pontefice.
Con Bergoglio la “prossimità” non è solo un atteggiamento diverso, un cambio di tono, di forma o di accenti, ma diventa la postura essenziale e fondamentale per la chiesa.
È il primato cristologico della misericordia, con il quale misurare e riparametrare tutto il resto.
In secondo luogo, Francesco vuole e chiede con insistenza la sinodalità come principio e metodo di vita e governo della chiesa. Sinodalità che richiama tremendamente alle orecchie il termine collegialità, che a sua volta significa attuazione del concilio Vaticano II.
Non sono certo novità assolute, ma sufficienti per rompere equilibri, urtare sensibilità e chiedere cambiamenti di rotta. Innanzitutto dentro la chiesa.
Così si comprende la preoccupazione che Enzo Bianchi espresse su La Stampa già il 21 settembre 2013: “Non vorrei apparire foriero di malaugurio, ma quando un cristiano – e tanto più un Papa – innalza il vessillo della croce, non come arma contro i nemici ma come cammino di sequela del Signore, può solo andare incontro a incomprensioni e contraddizioni, in una solitudine istituzionale pesante e faticosa”.

Pepito Sbazzeguti

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