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In realtà sarebbe facile produrre un’etica rigorosa, o almeno non sarebbe più difficile che affrontare altri problemi scientifici basilari. Soltanto il risultato sarebbe sgradevole, ma è una cosa che non si vuole vedere e che si cerca di evitare, in qualche misura in modo cosciente. (Kurt Gȍdel)

Tav sì-Tav no, Fazio in Rai o fuori dai palinsesti, reddito di cittadinanza giusto o penalizzante, immigrazione da sostenere o da demonizzare, beneficio di scorta a politici, imprenditori, giornalisti e sindacalisti confermato o revocato, Juan Guaidó presidente del Venezuela riconosciuto ufficialmente tale dal nostro Paese oppure no. Alcuni tra i temi che stanno infervorando l’opinione pubblica, sollevando ragionamenti, critiche, consensi, spaccature, battaglie ideologiche, dissenso, interrogativi, dubbi, malcontento, aspettative, davanti alle scelte politiche da operare e alle conseguenti ricadute concrete o simbolicamente indicative che esse avranno nell’immediato futuro.

E mentre ci dilaniamo nel dibattito più o meno costruttivo o sterile che sia, lo sguardo va anche altrove, in altri angoli di mondo non meno importanti del nostro, perché una delle valenze positive, una volta tanto, della globalizzazione è anche quella di permettere e sollecitare l’attenzione e la visione a 360°. Esistono situazioni, come quella presente in Canada, che passano sottotraccia e non raccolgono il diffuso interesse che meriterebbero, rimanendo nel quasi totale silenzio stampa perché c’è sempre qualcos’altro che ruba la scena e tiene occupate menti, conoscenze e coscienze. Già nel 2015, Karen Stote, docente di Studi femminili e nativi d’America, pubblicò il libro ‘An Act of Genocide, Colonialism and the sterilization of Aboriginal women’ in cui veniva trattato il tema della sterilizzazione forzata delle donne aborigene in Canada. Centinaia di casi documentati, a partire dagli anni Settanta, riguardavano anche disabili e portatori di deficit mentali. Una pratica forzata meno diffusa, estesa ed applicata anche agli uomini tramite vasectomia. Nello stesso anno, il sito di bioetica Bioedge rilanciò con altri portali di comunicazione i contenuti del libro, accendendo i riflettori sul caso. In un Canada felix, connotato da fascino e bellezza, accoglienza e grandi possibilità, il nichilismo si nasconde dietro le facciate che tutti conosciamo e dietro l’idea che ci siamo fatti di questo Paese immerso nelle sue immense foreste, spettacolari cascate e specchi d’acqua, le imponenti catene montuose, le praterie, i ghiacciai perenni dell’Artide, le modernissime e ordinate città di Montreal, Ottawa, Toronto, Vancouver.

Una vera e propria selezione della razza, dal momento che la pratica è applicata ad un gruppo etnico preciso, gli Inuit (chiamati comunemente Eschimesi) e i nativi americani (Pellerossa). Si aggiunga anche il fatto che, tra gli anni Sessanta e Ottanta, molti bambini aborigeni furono allontanati dalle famiglie e inseriti in nuclei familiari non aborigeni. Echi di tutto questo sono arrivati in Italia molto timidamente. Amnesty International ha lanciato una campagna di sensibilizzazione – di cui il Corriere ha dato notizia – mirata alla raccolta di appelli al Primo Ministro Justin Trudeau, affinchè prenda immediati provvedimenti per porre fine alla sterilizzazione delle donne indigene senza il loro consenso. Assistenza al parto solo se la donna acconsente alla sterilizzazione, firme estorte in moduli non tradotti in lingua nativa: una vera e propria forma di violenza e tortura, come definita questa pratica da Amnesty International. Un appello in tal senso, è stato lanciato anche da Niki Ashton, parlamentare canadese, rivolgendosi a Trudeau in Parlamento lo scorso novembre, mantenendo viva l’attenzione sul problema.

Un Paese, il Canada, in cui tra il novero delle ‘conquiste’ e liberalizzazioni ci sono la maternità surrogata con utero in affitto, accessibile a chiunque come bene di consumo, etero, single, gay; lo stesso paese ‘open mind’ che garantisce la pratica dell’eutanasia e della morte programmata, come se la fabbricazione di figli a pagamento e la ‘dolce morte’ tout court fossero forti segni di progresso. Surrogazione ed eutanasia consentono un’umanità replicabile o sopprimibile in modo controllato, diversamente dai legami forti, il corso naturale dell’esistenza e della morte delle genti, le tradizioni contenute in millenni di storia che rendono queste etnie minoritarie scomode, perché posseggono una marcata e radicata identità di appartenenza, non omologata. Scrive Karen Stote: “Mi interessa far capire che la sterilizzazione forzata non è un atto di abuso isolato, ma una delle molte strategie politiche impiegate per danneggiare le donne indigene, per escludere gli aborigeni dalle loro terre e risorse, e per ridurre il numero di quelli verso cui il governo ha degli obblighi. Vi mostro come gli effetti della sterilizzazione degli indigeni, pianificata e non, sono in linea con la politica dl passato sui Pellerossa e servono per gli interessi economici e politici del Canada”.

Ci si aspetta umanamente di più, dal secondo Paese più grande al mondo dopo la Russia, che occupa il 41% del continente nord americano, federazione multiculturale aperta e innovativa, abitato da millenni da First Nations (aborigeni), patria della sensibilità di grandi nomi come Glenn Gould, Leonard Cohen, Neil Young, Joni Mitchell, Cèline Dion, Bryan Adams, Margaret Atwood, Alice Munro, David Cronenberg…

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