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Il copilota
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Un aereo che vola è fatto da un milione di pezzi più uno, anch’esso ridondato come i motori: è un essere umano di cui ai passeggeri interessa che sia competente e che abbia un forte istinto di conservazione. In un’epoca di automatismi mirabolanti e di tecnologia trionfante, ormai molto più il secondo della prima: una sorta di ostaggio rituale che deve garantire, rispondendone in prima persona in caso contrario, dell’esito felice della missione. E’ un pezzo importante, vitale verrebbe da dire, al punto che costruttori e compagnie aeree si guardano bene dal progettare aerei che funzionino in modo completamente automatico, anche se al giorno d’oggi sarebbe del tutto fattibile, probabilmente temendo che i passeggeri non riuscirebbero a fidarsi fino in fondo della sicurezza garantita esclusivamente da congegni cibernetici.
Nel caso del volo Germanwings Barcellona – Dusseldorf è però capitato qualcosa di inusuale e molto raro, che cioè quel milioneeunesimo pezzo si sia rotto. Come se si trattasse di un bullone o di una turbina, immediatamente il mondo ha chiesto di conoscere tutto di quel pezzo: perché era lì, da dove veniva, a quali operazioni di collaudo fosse stato sottoposto e perché la sua difettosità non fosse stata in precedenza rilevata, auspicando nel contempo per il futuro maggiori controlli e revisioni periodiche più frequenti: un dibattito acceso sugli standard di sicurezza e di affidabilità a cui dovrebbero sottostare gli equipaggi degli aerei, nel quale ciascuno, più o meno qualificato, si è sentito in dovere di proporre la propria soluzione.
Soprattutto è emerso un po’ alla volta che quel “pezzo” era in realtà un essere umano intero, con problemi, debolezze, difetti, malattie, che probabilmente necessitava di un’attenzione diversa da quella che si adopera con i bulloni e le turbine. So che è difficile in casi come questi chiedere “pietà per il mostro”, ma in realtà gliela dobbiamo per tutte le volte che il nostro viaggio si è concluso senza alcun problema: quando si accetta un meccanismo, se si è intellettualmente onesti, lo si accetta per intero, comprese le inevitabili degenerazioni che ne costituiscono a tutti gli effetti parte integrante. Occorre cioè tenere sempre presente che abbiamo a che fare con un processo asintotico, infinitamente migliorabile, ma mai per definizione perfetto.

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