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Il Def garantisce i mercati e scontenta i cittadini

È durata davvero poco la riunione del Governo di martedì sera, circa mezz’ora, a seguito della quale è stata pubblicata una nota che è possibile trovare qui http://www.mef.gov.it/ufficio-stampa/comunicati/2019/comunicato_0073.html in cui si chiariscono i punti principali del nuovo Def 2019.
I numeri sembrano in sintonia con quanto dichiarato precedentemente, quindi nessun aumento di tasse e (più o meno) rispetto degli obiettivi fissati dalla commissione Ue.
Osservando il quadro macroeconomico rilasciato si legge di una crescita programmatica allo 0,2% e di una disoccupazione che non scenderà mai sotto il 10% e fino al 2022.

La crescita del Pil dovrebbe migliorare dall’anno prossimo grazie al fatto “che il Governo ha fronteggiato (…il momento di crisi generale …) mettendo in campo due pacchetti di misure di sostegno agli investimenti (il dl crescita e il dl sblocca cantieri) che dovrebbero portare ad una crescita aggiuntiva di 0,1 punti percentuali, fissando così il livello di Pil programmatico allo 0,2%, che salirebbe allo 0,8% nei tre anni successivi,”

Deficit, debito e investimenti
Il deficit (la spesa non coperta da entrate) nel 2019 tornerà al 2,4% scendendo poi fino al 1,5% nel 2022 mentre il deficit strutturale si dovrebbe attestare al 1,6% nel 2019 per arrivare allo 0,8% per la fine del triennio.
Il debito pubblico salirà al 132,6% quest’anno, al 131,3% nel 2020, 130,2% nel 2021 fino all’ottimistica previsione del 2022 quando si dovrebbe attestare al 128,9%. Debito che comunque cresce anche in considerazione dei 58 miliardi che l’Italia ha versato all’Europa nel 2018 (vedi nota 3) e che continuerà a versare fino al 2022.

Il governo ha in animo di aumentare gli investimenti portandoli dall’1,9% del 2018 al 2,5% del Pil nel 2022 agendo su più fronti per incrementare la produttività di diversi comparti dell’economia e spingendo sulle riforme.

In tale ottica sono previste misure quali:
· l’introduzione di un salario minimo orario per chi non rientra nella contrattazione collettiva;
· la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro;
· strategie nazionali per la diffusione di banda larga e 5G
· il rilancio della politica industriale;
· lo stimolo alla mobilità sostenibile
· le semplificazioni amministrative
· maggiore efficienza della giustizia
· interventi di sostegno alle famiglie ed alla natalità.

Sembra che il Def 2019 prevederà anche la Flat Tax ma difficile dire quali potrebbero essere i termini. Matteo Salvini continua a spingere per la sua introduzione mentre il Ministro dell’economia Tria continua a non esserne entusiasta proponendo come contropartita addirittura l’aumento dell’Iva (23 miliardi di euro), che anche se può non piacere, in macroeconomia ha un senso. Il Movimento 5 stelle e Di Maio ondeggiano tra la fedeltà al contratto di governo e l’evidente ingiustizia sociale del provvedimento.
Si parla comunque di una graduale estensione del regime d’imposta sulle persone fisiche con due aliquote del 15 e del 20%, ad iniziare dai redditi più bassi. Prevista anche una riduzione dell’aliquota Ires applicabile agli utili non distribuiti, una misura volta ad incentivare gli investimenti delle imprese.

Risparmiatori truffati
E il tema dei risparmiatori truffati? Nella giornata di lunedì, l’atteso accordo è stato trovato. Cosa prevede? Nello specifico l’erogazione di rimborsi automatici per chi ha redditi inferiori ai €35.000 o patrimoni immobiliari sotto i €100.000. L’approvazione del decreto è stato per ora rinviato.
La nota programmatica evidenza anche che non vi è nessuna inversione di tendenza sul piano del pagamento degli interessi sul debito pubblico e che questo continuerà ad essere pagato dai cittadini. Infatti si prevede un aumento costante del saldo primario (ovvero entrate superiori alle uscite) fino al 2,4% nel 2022 a fronte di interessi che rimangono costanti nel tempo, il tutto a fronte di un deficit sempre più contenuto. Insomma si continua la strada del consolidamento di bilancio, i cittadini non potranno vedere reali miglioramenti ma continueranno a ricevere generalmente meno servizi rispetto a quanto pagheranno di tasse mentre nulla cambia per i mercati finanziari che avranno, come sempre, chi pagherà i loro guadagni.

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