29 Aprile 2016

IL DIBATTITO
A Giurisprudenza testa o croce sul referendum costituzionale

Federica Pezzoli

Tempo di lettura: 5 minuti

La Spal è stata promossa in serie B e la data del referendum costituzionale è stata fissata: il 16 ottobre. Ed è partita la campagna referendaria: non una riflessione e un dibattito su temi e contenuti, ma una divisione fra tifoserie, pro e contro la riforma e pro e contro Renzi. O almeno questa è l’opinione espressa dal costituzionalista di Unife, Roberto Bin, all’incontro di mercoledì pomeriggio promosso dalla rete universitaria ferrarese Link nell’Aula Magna di Giuriprudenza. Ironia della sorte, anche in questo dibattito, dal titolo “Testa o croce”, sono state esposte le due opposte posizioni, anche se non si può certamente parlare di tifoserie: contraltare del professor Bin, Alessandro Somma, professore di sistemi giuridici comparati.

incontro-giurisprudenza
Un’immagine dell’incontro. Fonte: profilo fb di Link

Bin ha subito espresso in modo netto la sua posizione: lui voterà sì, anche se la riforma “fa schifo”. Altrimenti “sarebbe come dire che non si prende una medicina perché è amara”. “La riforma fa schifo perché è stata scritta in uno stadio e non in un Parlamento, dove si fa politica e si discute del merito delle cose. Il testo proposto dalla ministra e dal governo era migliore, è il lavoro del Parlamento a far schifo”, ha affermato Bin. Ed ecco perché il Parlamento “va urgentemente riformato”: “la situazione attuale non è solo schifosa, ma pericolosa, così non si può andare avanti”. Bin ha usato una metafora abbastanza anticonvenzionale per un docente universitario, ma di sicuro ha reso bene la sua opinione: per lui è come avere un gabinetto intasato, per sturarlo bisogna sporcarsi le mani e tapparsi il naso.
Il fatto che in questo paese poi “si discute sempre meno e sempre più ci si schiera come tifosi da una parte o dall’altra”, secondo Bin ha viziato il dibattito dando adito ad alcuni pre-giudizi.
In primis “non stiamo cambiando la Costituzione dei Padri Costituenti”, perché in effetti l’abbiamo già cambiata e poi perché per loro “le due camere dovevano essere due cose completamente diverse fra loro, con funzioni diverse”: “bisogna spaccare il sistema del bicameralismo perfetto”. Un Senato legato alle Regioni serve per “un confronto sull’applicazione delle leggi”: oggi, anche grazie alla riforma del Titolo V, il sistema “è basato sul conflitto”, inoltre “il Parlamento fa le leggi, ma non si preoccupa della loro applicazione, che grava su Regioni ed Enti locali”. Peccato che poi “i costi del contenzioso li paghiamo noi”. Il vero problema secondo Bin è la composizione del nuovo Senato: i nostri parlamentari hanno scelto “la peggiore delle soluzioni possibili”.
Per quanto riguarda, infine, il tanto temuto accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo, che si avrebbe con in vigore questo testo e l’Italiacum, anche queste per Bin sono “balle”. Anzi nella riforma c’è “una limitazione dell’uso del decreto legge” e una norma a sul referendum che abbassa il quorum per la sua validità: se si raccolgono 800.000 firme “il quorum viene calcolato sui votanti alle ultime elezioni politiche, quindi per esempio il referendum sulle trivelle sarebbe passato”. Inoltre c’è “l’introduzione del sindacato preventivo della Corte Costituzionale sulla legge elettorale”, cioè la si può impugnare prima che entri in vigore: cosa che si potrebbe fare, per esempio, anche per l’Italiacum.

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Un’immagine dell’incontro. Fonte: profilo fb di Link

Alessandro Somma, dal canto suo, ha preferito parlare “più da cittadino che da giurista” e valutare la riforma nel suo complesso e soprattutto nel suo contesto: “ci troviamo di fronte a una manovra tipica della nostra epoca nella quale i tempi che scandiscono la nostra quotidianità non sono quelli della politica, che impone riflessioni e valutazioni, ma quelli dell’economia”, che impongono decisioni, sembra voler dire Somma. Per lui ci sono si lati positivi, come “l’allargamento degli spazi della democrazia diretta” con la norma sul referendum, ma in altri la riforma è “pasticciata, se non dannosa”, per esempio “non sono chiare le competenze della Camera rispetto a quelle del Senato”. Infine la riforma costituzionale va letta “in stretta connessione con l’Italiacum”. In conclusione lui al referendum voterà no.
Somma ha concluso affermando che, con i referendum sociali su scuola, ambiente, lavoro, sul Ttip e sulla riforma della Costituzione, “stiamo vivendo una stagione importante di democrazia diretta”: si va oltre le singole questioni e in realtà “si contesta l’istanza efficientista renziana”.



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