Enough (Simply Red, 1989)

…Ebbene, non lo so.
Non so se l’attimo del trapasso dalla vita alla morte segua le medesime regole e gli stessi percorsi in ogni situazione, non so nemmeno se posso dire di averlo realmente affrontato.
Il dubbio rimane.
Poiché, se ora posso raccontare ciò che ho da dire, non sono in grado di affermare con certezza di aver vissuto tutto ciò come qualcuno effettivamente ed eccezionalmente ritornato dall’aldilà. Magari, più banalmente, potrei giurare e spergiurare di avere immaginato tutto, di averlo sognato…
Ecco, di averlo certamente sognato!
La mente umana, è un fatto, non ha la capacità di sostenere contemporaneamente entrambe le esperienze di vita e di morte. O si sta da una parte o si sta dall’altra, non esiste una mezza via… oppure no?
Il dubbio rimane.
Non mi tormenterò nell’incertezza di dover decidere quando e come la mia coscienza ha ripreso a funzionare, o se sia ancora inconsapevolmente in balìa di se stessa e dei suoi infiniti trabocchetti.
Mi limiterò a raccontare questa storia a chi vorrà darmi la sua attenzione.
A voi l’onere della scelta se credermi oppure no.

Sentii una voce che mi chiamava, era lontana e non la riconobbi. Era una voce di donna. Aprii gli occhi ma una luce potentissima mi accecò. Fu doloroso, come se qualcuno mi avesse premuto coi pollici nelle orbite. Automaticamente richiusi gli occhi. Poi, piano piano, tutto si attenuò.
Lentamente li riaprii e riuscii a distinguere delle figure.
Ero in un letto, l’ambiente intorno mi ricordava la stanza di un ospedale. La luce del sole filtrava attraverso le fessure delle persiane abbassate.
La voce riprese a parlare: «Carlo, ben tornato! Come ti senti?», un’infermiera di bell’aspetto e dall’aria gentile mi sorrideva tenendomi il polso.
«Ho abbassato le persiane, così potrai riposare gli occhi.» aggiunse mentre armeggiava tra flaconi trasparenti e valvole della flebo.
Cercavo di parlare ma la voce non usciva.
L’infermiera mi fermò: «Carlo, non sforzarti! Sei rimasto in silenzio per molto tempo… Cerca di fare un lungo respiro, poi prova a parlare, ma senza fretta.»
Seguii il suo consiglio, respirai profondamente, ma quasi subito un grumo nella gola mi tolse il fiato. Mi mancò il respiro e tossii violentemente, un blocco di catarro mi uscì dalla bocca insudiciando il fazzoletto di carta prontamente allungatomi dall’infermiera.
«Grazie…», fu la prima cosa che, con un filo di voce, riuscii a pronunciare.
«Carlo, ho avvisato il dottore, sarà qui a momenti… Ora rilassati che ti sistemo il letto.»
L’infermiera era una donna sulla quarantina, corpulenta ma dai bei lineamenti. Era bionda, portava i capelli a coda di cavallo e un paio d’occhiali da vista che facevano risaltare il verde acqua marina dei suoi grandi occhi.
Indugiai lo sguardo tra la bocca carnosa e i seni generosi della donna intenta a rimboccarmi le lenzuola. Lei se ne accorse e sorrise. «Finalmente ti sei svegliato e mi sembra che ti stai riprendendo in fretta… Io sono Barbara, mi sto occupando di te da quando sei arrivato. Hai avuto un brutto incidente ma ora il peggio è passato…» mi confidò. Poi incrociò il suo sguardo col mio e mi parve che la sua espressione si fosse fatta vagamente maliziosa.
In quel momento entrò un uomo calvo con un camice bianco sbottonato che lasciava intravedere una camicia azzurra e una cravatta bordeaux. Aveva una mano infilata in tasca mentre l’altra impugnava una cartellina blu. Anch’egli portava gli occhiali, mi guardò e mi fece un sorriso di cortesia. «Buongiorno, sono il dottor Martini… Finalmente ci siamo svegliati eh? Come si sente?»
Cercai di schiarirmi la voce e riprovai a parlare: «Buongiorno dottore. Mi sento un po’ debole, comunque sto bene, direi… Ma non ricordo nulla, come mai sono in ospedale?»
«La memoria le tornerà, vedrà, e ho già provveduto a far avvertire la sua famiglia che si è svegliato. Dovrebbero arrivare da un momento all’altro. Loro le forniranno tutte le informazioni che desidera. Io, signor Carlo, mi devo occupare della sua salute e vedo che tutto procede per il meglio. Ora la lascio tranquillo, ripasserò più tardi.»
Diede all’infermiera alcune istruzioni e con un cenno di saluto se ne andò.
Eseguiti i suoi compiti si congedò anche l’infermiera. Appena ebbe finito di regolare la flebo mi disse che sarebbe poi passata a controllare, m’indicò il pulsante delle urgenze nel caso avessi avuto bisogno di qualcosa e uscì chiudendo la porta dietro di sé.
Rimasi solo nella stanza e mi guardai attorno, nella testa avevo un vuoto, un vuoto assoluto, mi ricordavo a malapena il mio nome. Chiusi gli occhi, cercai di frugare nella memoria in cerca di qualche traccia…

…Eppure sono morto. So di esserlo. Non posso essere vivo, non dopo che un camion mi è passato sopra schiacciandomi e riducendomi come una frittella.
Lo ricordo bene. Mi sono alzato da terra dopo esser caduto dalla bici e ho fatto appena in tempo a girarmi e veder luccicare il radiatore cromato del tir che mi stava investendo. Una frazione di secondo, certo, ma ce l’ho stampato tutto nella mente con assoluta precisione: il colpo tremendo, il rotolare sotto, le ruote che mi hanno triturato sfracellandomi sull’asfalto, ricordo tutto.
Nessun dolore, non c’è stato il tempo. Solo la consapevolezza che la mia vita era terminata.
Ricordo la voce di mia madre che mi chiamava e mi diceva di non guardare, di andare via da lì, che non sarebbe stato bello vedermi ridotto a quel modo.
Tutto normale, come se niente fosse. È successo, tutto qui.
O forse no. Forse è tutto frutto dell’immaginazione. Una conseguenza strana, bizzarra, di quello che gli esperti chiamano “shock post traumatico”, può darsi. Ricordo di aver camminato andando via dal luogo dell’incidente, di averlo fatto con le mie gambe con assoluta calma, senza voltarmi, come se tutto ciò non mi riguardasse. Ricordo che la gente mi passava di fianco senza degnarmi di uno sguardo, correvano, si agitavano, erano tutti sconvolti per ciò che era successo sulla strada dietro di me. Avevo ancora nella testa la voce di mia madre, la cercavo ma non riuscivo a vederla.
Ero orfano, eppure la sua voce l’avevo sentita, non mi ero sbagliato…

Aprii di nuovo gli occhi, ero nel mio letto d’ospedale, nella testa avevo solo una grande confusione. Il ricordo dell’incidente era azzerato. La memoria gioca brutti scherzi a volte.
All’ospedale ci rimasi ancora qualche giorno, poi tornai a casa dai miei genitori. Alla fine la diagnosi si risolse in un forte trauma cranico con perdita di coscienza per un paio di giorni e perdita parziale della memoria, un taglio e cinque punti in testa, mezza faccia pesta come quella di un pugile dopo un knockout, una spalla dolorante, una clavicola lussata e tre costole rotte.
Lentamente ripresi la vita di sempre.
Qualche tempo dopo, grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni dell’incidente, mi raccontarono come si svolsero i fatti. Successe che caddi dalla bicicletta mentre stavo pedalando verso casa, mi ero appena rialzato quando sopraggiunse un grosso camion che per non travolgermi frenò bruscamente e sterzò a sinistra sbandando e finendo la sua corsa qualche decina di metri più avanti. Fu un vero miracolo non finire sotto le sue ruote, fui però preso di striscio e il colpo mi scaraventò quasi nel fosso a lato della carreggiata. La caduta poi non mi procurò ulteriori danni perché attutita dalla vegetazione.

Sarà, mi accontento di questa versione poiché tutto quadra.
Tuttavia, dopo così tanti anni, gli attimi dell’incidente rappresentano per me ancora un punto di domanda. Un luogo sconosciuto e inaccessibile della mia mente, un vuoto mai riempito, un recesso buio, impermeabile al ricordo… Se non alla fantasia di morte che ho descritto sopra.
E ogni tanto mi chiedo se, in questo caso, realtà e fantasia non si siano messe a bisticciare duellando in equilibrio precario su quel filo dannatamente sottile che in egual misura divide e unisce la vita e la morte.
Il dubbio rimane.

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