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Il fascismo e il consenso degli ebrei: responsabilità, rimozioni e persecuzioni

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Non sono nodi facili da sciogliere quello dei rapporti fra l’ebraismo italiano e il regime fascista e quello delle leggi antiebraiche del 1938, una vera e propria cesura non solo per questa vicenda in particolare, ma per l’intera storia delle relazioni fra la minoranza ebraica e il resto della popolazione italiana. Per portare il dibattito dal piano storiografico a un pubblico più ampio ci sono voluti tre studiosi e due giornalisti nell’incontro “Ebrei e fascismo: nuovi punti di vista”, domenica pomeriggio alla Festa del Libro Ebraico. Uno storico del calibro di Michele Sarfatti – direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano e autore di “Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione” (Einaudi, 2000), “Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi” (Einaudi, 2002), “Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione” (Einaudi, 2007) – Marie-Anne Matard Bonucci dell’Università di Parigi 8, autrice di “L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei” (Il Mulino, 2008), e Simon Levis Sullam dell’Università Cà Foscari, autore di “I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945” (Feltrinelli, 2014). Insieme a loro Pierluigi Battista, celebre firma del “Corriere della Sera”, ed Enrico Mentana.

Per affrontare questo tema, come ha detto giustamente Simon Levis Sullam, non si può prescindere dal contesto generale della storia d’Italia e della “nazionalizzazione dell’ebraismo italiano”, che coincide con la nascita dello Stato unitario: fin dai primi anni gli ebrei italiani sono quindi non solo fortemente integrati, ma entrano velocemente a far parte dell’élite dello Stato liberale. Parafrasando le parole di Sarfatti: mentre in Francia si consumava l’affaire Dreyfuss, Ernesto Nathan diventava sindaco di Roma e Sidney Sonnino e poi Luigi Luzzatti venivano nominati presidenti del Consiglio dei ministri.
Sentendosi profondamente integrati, gli ebrei come molti altri italiani danno il proprio consenso al fascismo e il 1938 è per loro un vero e proprio shock. D’altra parte non si può trascurare il fatto che gran parte degli antifascisti sono di origine ebraica: basti pensare ai fratelli Rosselli, a Emilio Sereni e a Umberto Terracini, oppure Giorgio e Matilde Bassani e Renzo Bonfiglioli, per rimanere a Ferrara. Una complessità che è ben esemplificata da un episodio, citato da Michele Sarfatti, accaduto a Modena il 26 settembre 1921. Negli scontri fra la Guardia Regia e alcuni militanti fascisti che manifestavano sotto le finestre di un deputato del Partito Socialista sono coinvolti tre ebrei: il comandante della Guardia Regia Guido Cammeo, il deputato socialista Pio Donati e il fascista Duilio Sinigallia.

Venendo invece al fascismo, come spiega Sarfatti, il regime “coltiva in modo complesso il proprio antisemitismo”, anche tenendo conto del fatto che in Italia, forse per quel legame stretto fra emancipazione e Risorgimento di cui si è detto prima, non c’è una vera e propria tradizione antisemita. Per lo storico milanese la politica antiebraica del regime si può dividere in tre fasi principali: “la prima di allontanamento degli ebrei dalle posizioni rilevanti, la seconda di eliminazione degli ebrei dal paese, l’ultima di eliminazione degli ebrei del Paese”.
Come era naturale i due giornalisti, molto più concentrati sull’attualità, hanno spostato l’attenzione sul dopo: Pierluigi Battista ha parlato di “grande cancellazione”, ma forse è più corretta l’espressione “rimozione” usata da Mentana. Come ha fatto notare Battista, “a tutt’oggi non esiste ancora uno studio organico e sistematico su coloro che presero il posto dei professori ebrei cacciati dalle Università – e dalle altre scuole del Regno (ndr) – dopo le leggi del 1938, o che firmarono manuali che non potevano più essere pubblicati con il nome dei veri autori perché ebrei”. Inoltre bisogna sottolineare che il primo studio degli ebrei sotto il regime fascista è di Renzo de Felice e risale agli anni Sessanta. Oltre a quello accademico l’altro elemento di continuità, come ha fatto notare Enrico Mentana, è “l’ossatura burocratica”: “non si è mai visto – ha affermato il giornalista – un burocrate italiano raccontare cosa ha fatto per contribuire a comporre la macchina persecutoria”.

È senz’altro vero che servono ricerche e studi sul Ventennio fascista, che mettano gli italiani e le istituzioni statali di fronte alle proprie responsabilità. Come ha concluso Mentana, “non abbiamo ancora fatto i conti con il fascismo e con tutto ciò che del fascismo ci siamo portati dietro nell’Italia repubblicana”. È però quantomeno esagerato legare, come ha fatto Battista, la rimozione delle responsabilità del popolo italiano per le leggi antiebraiche alla narrazione del riscatto di quello stesso popolo attraverso la Resistenza. Come ha affermato Sarfatti: “le armi della Resistenza si sono rese necessarie perché il nostro popolo ha dato un forte consenso al fascismo, senza quel consenso non si sarebbe resa necessaria la lotta di Liberazione”. Una lotta a cui hanno preso parte anche molti ebrei italiani: Primo Levi è stato arrestato proprio mentre era attivo in un gruppo partigiano in Valle d’Aosta. E non è un caso se Michele Sarfatti ha voluto aprire il proprio intervento con un ricordo dello zio Gianfranco che dopo aver portato al sicuro i genitori in Svizzera è tornato in Valle d’Aosta ed è morto in combattimento nel febbraio del 1945.

Le foto dell’incontro sono di Federica Poggi.

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