19 Marzo 2015

IL FATTO
La bellezza che fa male. Sul Museo del Bardo a Tunisi

Gianni Venturi

Tempo di lettura: 3 minuti

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Quando il rifiuto dell’umano si esprime nella volonta’/possibilità di cancellazione della storia, ecco allora che nascono le forme più estreme di un rifiuto del pensiero umano.
La profanazione e l’attentato al museo del Bardo a Tunisi con il costo di vite umane considerate come in ogni guerra più atroce “pezzi” insignificanti di una escalation dell’odio, ripropone il quesito secolare dell’uomo che non vuole identificarsi, come suggeriva Platone, nel rapporto Bello uguale Buono.

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Museo del Bardo, sala con mosaici romani di valore inestimabile

La bellezza è pericolosa proprio perché rappresenta, come testimonia Dante, la possibilità più facile di congiungersi con l’aspetto più alto dell’individuo dotato di intelligenza e sentimento: l’armonia universale che noi chiamiamo Dio. Certo, non si intende il Dio mal inteso da questi subumani che non sono da identificarsi col popolo musulmano ma con le frange estreme di un pensiero dettato dall’odio, che vede nella bellezza il senso di una propria sconfitta. Purtroppo questo è stato sempre il modo di distruggere ciò che ti solleva dal banale, dal “fatto” escludendone il pensiero: “Delenda Cartago”, Attila, le Crociate, specie la quarta con Costantinopoli messa al sacco e derubata dai suoi tesori, fino alle cannonate turche contro l’Acropoli. Si pensava che con la modernità questa pericolosa deriva fosse stata sconfitta. I Musei nascono come le case della bellezza e della storia. E per ogni forma di terrorismo essi rappresentano le roccaforti e le testimonianze del potere, quindi occorre, necessita, distruggerli. I terroristi fanno un errore di fondo che mai nessun tentativo di convincerli riuscirà a eliminare. Una rocciosa convinzione che nasce dall’identificazione dell’opera con chi l’ha commissionata, quasi che i vincitori, dai Romani agli Estensi, agli imperatori, ai califfi, ai sultani, ai papi, ai re quasi sempre responsabili delle violenze e dei soprusi, si esprimessero attraverso l’opera d’arte e la bellezza. Questo significa non capire l’innocenza e la libertà dell’artista e della sua opera. Questa è la vera crudele convinzione nata da una falsa identificazione. Questo è il risultato di una ignoranza di cui i terroristi sono colpevoli esecutori ma di cui noi nella nostra storia secolare siamo o siamo stati gli ideatori.
Solo la violenza della guerra è superiore alla distruzione dell’arte: dai roghi nazisti dei libri alle purghe staliniane e alla conculcazione del pensiero. Ma la distruzione dell’opera d’arte, così fragile e innocente nella sua bellezza, è un gravissimo colpo inferto all’umanità, al suo pensiero e pertanto ancor più esecrabile perché indifesa.



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L’autore

Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.
Gianni Venturi

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