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“Non servono grandi opere per salvare il Po”. Idee a confronto sul futuro del Grande Fiume

IL FATTO
“Non servono grandi opere per salvare il Po”. Idee a confronto sul futuro del Grande Fiume

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Corre gonfio d’acqua il fiume e corre anche il presidente della Provincia, il sindaco Tiziano Tagliani che da Pontelagoscuro, letto del sorvegliato speciale dove oggi è attesa l’onda di piena, si sposta all’Imbarcadero del Castello. Giusto per un saluto ai partecipanti del convegno “Il Po e il suo Delta: tutela integrata e sviluppo di un grande sistema ambientale europeo” organizzato sabato da Italia Nostra nell’ambito del Premio Bassani. Il messaggio di Tagliani è chiaro, il grande corso d’acqua deve tornare a essere protagonista della sua storia al di là di politica, confini e interessi regionali, leggi e normative che si incrociano tra loro mettendone a dura prova l’esistenza. E’ tempo di costruire una cultura del fiume per unire città, paesi e campagne che su di esso vivono. Sono le continue emergenze ambientali a suggerirlo, eppure i tagli alle risorse dei parchi e alle aree protette imposti dalla spesa pubblica mettono a rischio un tesoro fortemente provato dall’inquinamento. La retromarcia è d’obbligo così come è opportuno sviluppare vecchie e nuove aree protette per difendere la biodiversità, il cuore della qualità della vita nostra e delle generazioni future. L’allarme suona da tempo: la pianura Padana attraversata dal fiume è tra le più “avvelenate” d’Europa, la longevità delle sue popolazioni è inferiore rispetto a quelle di altri luoghi. I pesci autoctoni sono sempre meno, sono stati spodestati da carpe e siluri, invasori agevolati dall’azione dell’uomo, come ha spiegato parlando di biodiversità ittica Giuseppe Castaldelli dell’Università di Ferrara. I dati indicano la necessità di creare un corridoio ecologico unico, ben governato e coordinato nel migliore dei modi.

Una nuova cultura del fiume comune a città e paesi della valle del Po

Per salvare il fiume non c’è bisogno di grandi opere tanto meno di sbarramenti per renderlo navigabile 365 giorni l’anno come suggerito dal progetto sulla sua bacinizzazione. Gli studi di fattibilità – gli ultimi dei quali commissionati dalle regioni a AiPo (Agenzia interregionale del Po) nel 2013 – un costo di 2 milioni di euro, finanziati per il 50 per cento dall’Europa e pagati, per quanto riguarda la tranche più recente, 500 mila euro dalla nostra Regione, 100 mila dal Veneto e 400mila dalla Lombardia.
L’idea sulla carta spinge soprattutto sulla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che risulterebbe pari al 3 per cento di quella nazionale, ma il geologo Marco Bondesan è convinto dell’antieconomicità dell’operazione. “Come Italia Nostra – dice – dobbiamo insistere sul paesaggio e la sua salvaguardia”. Un passaggio necessario per garantire la sicurezza idraulica in presenza di un fiume costretto a scorrere in spazi ristretti rispetto al passato, dei cambiamenti climatici, dell’aumento del cuneo salino, della diminuzione della portata del fiume e di tutti gli elementi di rischio emersi in questi anni.
“I 250 chilometri del Po che vanno da Piacenza a Mesola sono interessati per l’80 per cento dai siti della Rete natura 2000 che proteggono habitat e specie naturali di interesse comunitario – ricorda Enzo Valbonesi del Servizio Parchi e Risorse forestali della Regione Emilia – Romagna – a differenza di quelli di altre regioni sono dotati di piani di gestione e misure di conservazione previste dalla direttiva comunitaria Habitat. Le specie più minacciate , così come nel resto della pianura padana sono i pesci, gli anfibi e i rettili che più di tutti sono dipendenti dalla qualità e quantità delle acque superficiali”. Le aree rivierasche del medio e basso corso del Po non sono state perimetrate né pianificate dalle regioni interessate, solo l’Emilia-Romagna e la Lombardia si sono adoperate in questo senso, mentre il Veneto è intervenuto unicamente nell’area deltizia. “Siamo di fronte a forme di tutela che rischiano di avere un’efficacia molto debole, perché manca la volontà di superare una sorta di federalismo ambientale finora praticato in proprio, quando i problemi del Po consigliano di fare il contrario”.

I pericoli della bacinizzazione

Valbonesi denuncia i pericoli del progetto di sbarramenti pensati per regimentare il fiume ma destinati a danneggiare la pesca e il turismo. Il gioco di conche – che in base a calcoli ritenuti inattendibili da Giancarlo Mantovani, direttore del Consorzio di Bonifica Delta del Po, dovrebbero comunque fornire un apporto d’acqua sufficiente alle esigenze del Delta – imprigionerebbe gran parte della silice e di alcuni fosfati indispensabili al nutrimento di molluschi, crostacei e pesci che vivono o si riproducono nelle aree lagunari e salmastre del Delta e più complessivamente dell’Alto Adriatico. “La vitalità del mare dipende dall’afflusso di acque dolci e ricche di sali minerali che arrivano dal bacino padano veneto a cui il Po concorre per circa il 70 per cento – prosegue – Nella sola Sacca di Goro la produzione annua di molluschi va da 8mila a 15 mila tonnellate, un valore economico valutato tra i 50 ed i 100 milioni di euro, un’industria che impiega circa 1.500 operatori. Frenare l’apporto dei nutrimenti sarebbe un disastro”. Cosa potrebbe succedere? L’esempio più calzante risale alla siccità del 2003, da aprile a settembre le portate del fiume furono così basse da dimezzare il trasporto dei sali nutrienti. Risultato: una perdita di 7 mila tonnellate di cozze.

Danni al turismo e alla pesca

Gli sbarramenti in corso di progettazione da parte di Aipo (Agenzia interregionale per il Po), ha denunciato Valbonesi, limiterebbero anche il trasporto di sabbia mettendo in pesante difficoltà il litorale ferrarese e romagnolo in via di arretramento e bisognoso di continui ripascimenti attraverso il trasporto di sabbia prelevata al largo della costa, operazione dai costi notevoli a carico delle Regioni.
Rischi da valutare e decisioni politiche da prendere anche sul destino delle aree protette del Delta. “Alla positiva volontà di regioni, enti locali e operatori economici di candidare il Delta tra le riserve della Biosfera dell’Unesco – ha concluso – dovrebbe corrispondere l’impegno di dare vita a un unico Parco per superare la frammentazione attuale”. Siamo l’unico caso europeo a disporre di un Delta tutelato da due parchi, quando la gestione unitaria sarebbe assai più logica e utile alla salvaguardia ambientale.

L’impegno dell’onorevole Bratti per un unico Parco del Delta del Po

Sulla bacinizzazione l’onorevole Alessandro Bratti si è detto nettamente contrario dimostrandosi sorpreso che un simile progetto, voluto a suo tempo dal Governo Berlusconi e recentemente stralciato dall’elenco delle grandi opere, stia andando avanti attraverso AiPo per volontà delle Regioni. Secondo il deputato è bene aggiornare il progetto Valle Po voluto da Province e Comuni rivieraschi e ammesso al finanziamento del Cipe per 180 milioni di euro. All’interno del cosiddetto “collegato ambientale” della Finanziaria, approvato in prima lettura dalla Camera da qualche giorno e di cui Bratti è stato relatore, si è fatto un passo avanti verso l’istituzione dell’autorità di Distretto del Po. L’obiettivo del Distretto è rendere più autorevole pianificazione e programmazione dell’intero bacino del Po curate finora dall’Autorità di Bacino sia sul piano della difesa del suolo che della prevenzione dal rischio idraulico. “Il Po non ha bisogno di grandi opere, spesso devastanti come la centrale di Porto Tolle, ma di interventi di ripristino curati dalle istituzioni locali – ha detto il deputato – interventi che diano nuovamente alle comunità il senso di appartenenza al grande fiume”. Favorevole a un unico Parco del Delta, Bratti si è impegnato ad adoperarsi insieme al ministro della Cultura Dario Franceschini perché nella riforma della legge quadro sui parchi, presto all’esame del Parlamento, venga inserito un articolo sul Delta, elaborato insieme al collega rodigino Diego Crivellari, che porti entro sei mesi alla costituzione di un parco interregionale. Non è mai troppo tardi.

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