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IL FIGLIO DELLA GUERRA

ricordi, vecchie fotografie
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1Nel 1945, quando finì la seconda guerra mondiale, la zia Lucia aveva sedici anni. Nel 1948, quando la situazione in Italia era ancora molto difficile, lei cominciò il suo lavoro come maestra d’asilo in una piccola valle Italiana dove c’erano minuscoli paesi e molta povertà. Una deprivazione che non fu solo di beni materiali ma anche di sentimenti e idee. La guerra aveva tolto il pane dalla bocca quanto la voglia di pensare dal cervello. Aveva riempito la testa di pidocchi e i pavimenti di scarafaggi. Aveva annullato inibizioni, senso del limite, pudore. Quando c’è disperazione si annulla l’equilibrio delle persone e questo può avere molte conseguenze. In quegli anni la scuola materna della zia Lucia si riempì di ragazze madri con figli biondi con gli occhi azzurri. Il passaggio dell’esercito tedesco aveva lasciato il segno. C’erano figli illegittimi, orfani, bambini con un solo genitore.
Frequentava la scuola anche il figlio del parroco. Quel pover’uomo, in una notte di bombardamenti e paura, aveva trovato rifugio tra le braccia di una donna del posto. Nessuno diceva  apertamente che il bambino era il figlio del prete, ma lo sapevano tutti, aveva gli stessi occhi nocciola.
Il pargolo crebbe arzillo e, iniziata la scuola, si conquistò in fretta un piccolo spazio nel cuore delle sue insegnati. Nel giro di qualche mese si dimenticarono tutti delle sue origini e lo apprezzarono per quel che era. Un bambino bravo e buono.

A casa nostra nessuno sa che fine abbia fatto quello scolaro, ma la zia Lucia è convinta che abbia una famiglia e sia felice. Spero anch’io che sia così. La scuola era privata, gestita da una congregazione di Suore, il metodo di insegnamento seguito era quello delle sorelle Agazzi vissute in provincia di Cremona all’inizio del 1900. Il metodo educativo ‘Agazziano’, assieme a quello ‘Montessoriano’, ha inaugurato l’era dell’attivismo italiano. E’ fondato sull’idea che al centro dell’apprendimento ci sia l’esperienza del bambino come attore del processo formativo. Il bambino collabora con gli altri seguendo il metodo del mutuo insegnamento: il più esperto e consapevole fornisce informazioni ed indicazioni ad un proprio compagno meno preparato. Chissà se questo metodo è meglio di tanti altri, la zia dice che i risultati erano buoni, ma forse lo sarebbero stati comunque. I bambini hanno una grande capacità di adattamento e una spinta all’apprendimento formidabile.

In questo momento sono seduta sulle scale della cantina della zia. Ho una scatola di vecchie fotografie appoggiata sulle ginocchia. Ripenso al figlio del parroco. Adesso dovrebbe avere più di 70 anni. Chissà come ha vissuto la sua vita e se ha mai saputo chi era suo padre. In paese lo sapevano tutti, qualche pettegolo gliel’ha sicuramente detto. Ma forse questo a lui non è importato più di tanto. Una vita serena vale quanto qualsiasi altra vita serena. Senza aggiunte e senza sconti.

Guardo una vecchia foto della zia con i bambini della scuola.  Questo mi permette di allungare lo sguardo oltre la carta fotografica e oltre il tempo del ricordo che sa solo di passato, e di vedere un mondo diverso. Vedo il bambino illegittimo che cammina su un sentiero di montagna. Non è più un bambino, è un signore con la barba grigia. Le sue scarpe da trekking fanno presa sui sassi del sentiero su cui sta camminando, intorno c’è tanta vegetazione. E’ quasi estate e non fa freddo. C’è il sole e lui cammina un passo dopo l’altro, con molta attenzione, come sanno fare le persone cresciute e vissute in montagna. Io cammino in senso contrario, sto scendendo a valle. Gli zaini sulle spalle, i jeans e delle magliette bianche di cotone. Siamo vestiti così. La borraccia dell’acqua a portata di mano. Io scendo e lui sale. Prima mi sembra un puntino, poi un piccolo animale, poi un animale più grosso e poi un uomo. E lui dall’altra parte vede prima un ramo sul sentiero, poi un uccellino, poi una capra e poi una donna.
La strada fa una piccola curva, c’è un grosso masso grigio a lato della carreggiata, posizionato sotto un albero dalle foglie verde chiaro. La luce filtra tra i rami e crea delle piccole fiammelle luminescenti che si spengono subito. Io raggiungo il masso, l’uomo raggiunge il masso. Ci incontriamo in una dimensione che ha cambiato il tempo, in uno spazio desiderato per incontrarci. Lo guardo. Ha ancora i capelli ricci, anche se adesso sono radi. La pelle chiara arrossata, gli occhi nocciola, un fisico atletico nonostante l’età, delle gambe un po’ tozze, delle belle mani possenti e curate. Io continuo a scendere e lui a salire.  Ci incontriamo vicino al masso. So chi è, non ho dubbi. “Piacere Costanza”, gli dico. Lui fa cenno di sì con la testa e si siede sul masso. Mi siedo anch’io. Mi guarda serio e dice: “Ho sempre saputo che prima o poi ci saremmo incontrati, c’era qualcosa di incompiuto nel nostro esistere. Un bisogno di conoscenza e di appagamento. La mia vita è stata una buona vita, mi sono sposato e ho avuto un figlio, l’ho chiamato Arturo. Ora Arturo si è a sua volta sposato e abita lontano da qui, ma ci sentiamo sempre. Mia moglie se n’è andata lasciandomi il ricordo di tanti sorrisi, di tante giornate passate assieme, di tanta complicità, del confronto che ha sempre saputo garantirmi senza volere in cambio nulla. Le devo molto, anche adesso che non c’è più.  I miei ricordi sono i migliori compagni che ho. Ho fatto il medico, curato tanta gente, aiutato chi ho potuto. Ho anche visto tanta sofferenza, ma questa faceva parte del mio lavoro. Mio padre mi ha regalato l’universo e io gli sarò eternamente grato per questo. La mia vita dura da più di settant’anni e ho potuto sperimentare ciò che di meglio si può trovare a questo mondo: l’amore. Prima quello di mia madre, poi quello di mia moglie, di mio figlio, dei miei amici e dei pochi parenti che ho. Questo ha riempito di senso il mio esistere e per questo vorrei tanto ringraziare mio padre. Mia madre mi ha raccontato che era un generale dell’esercito tedesco, un uomo molto potente. E’ sicuramente così, altrimenti non mi avrebbe abbandonato. Ha dovuto andarsene per non disertare. Un mio amico, per invidia, una volta mi ha detto che era un uomo sempre vestito di nero che faceva un lavoro particolare. Invidia appunto, sapeva anche lui che era un generale. Devo a un generale tedesco la vita. Avrei voluto abbracciarlo almeno una volta. Ma non è stato possibile.
La vita esige molto da chi la ama. E’ così forte, così assoluta, così unica nel suo iniziare, proseguire, finire. E’ comunque un dono, è la luce che arriva sulla terra. È la gioia della scoperta. Spero che mio padre sia stato felice per tutto il tempo in cui ha vissuto.
Sono seduta sul grande masso, riguardo le foglie dell’albero, riguardo verso il sentiero. L’uomo si alza, fa un cenno col capo, mi saluta con la mano, si allontana. Sembra prima un grosso animale, poi uno scoiattolo, poi un sasso marrone. Se ne va, nel vento e nel tempo.

Torno indietro verso la foto che stavo guardando, verso il tempo che condivido con i miei familiari. Poter pensare che la vita di quell’uomo sia stata lunga e soddisfacente è una gran consolazione. Quel che pensa di suo padre non ha importanza. La realtà non è una sola per tutti,  ci sono molti modi di guardare, tante angolazioni dalle quali vedere. Il nostro caleidoscopio visivo è un miscuglio di immagini, pensieri, sperimentazioni materiali. E’ una continua gestazione. Tutto questo insieme ci permette di andare avanti, di amare e di sognare. Quindi va bene così.
Il generale tedesco ci ha lasciato un grande dono, una vita in più. Anche il parroco del paesello, a dire il vero.

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