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Il ministro del lavoro, un monumento all’autoreferenzialità

poletti
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Giuliano Poletti, il ministro che sta cercando di farci rimpiangere la signora Fornero, argomenta (si fa per dire) sul quotidiano “La Repubblica” il rifiuto di modificare il decreto sul lavoro a termine.
Domanda:«Il governo è disposto a ridurre la durata dei contratti a termine senza causale da 36 mesi a 24 come le chiede una parte del Partito democratico?»
Risposta di Poletti: «No. Ipotizzare questo cambiamento non è assolutamente possibile, dal mio punto di vista. Una modifica di questo tipo non sarebbe coerente con l’impianto del decreto. E poiché abbiamo detto che l’impianto del provvedimento non si tocca, devono restare i 36 mesi».
Come dire: abbiamo deciso di fare così perché sì e basta! Un vero monumento all’autoreferenzialità.
Almeno la signora Fornero cercava di difendere le proprie scelte con qualche ragionamento di merito, per quanto infondato.
Qui siamo oltre. E le molte argomentate critiche, provenienti da più parti, vengono semplicemente ignorate. Magari accompagnando il tutto con affermazioni del tutto immotivate, tipo “così aumenteranno gli occupati”.
E’ la solita ricetta ideologica propinata da vent’anni: “più flessibilità = più occupazione”. Peccato che non funzioni, come ha ampiamente dimostrato l’esperienza di questi anni. Ma chi se ne frega della realtà? L’importante è coprire il motivo vero: la volontà di fare un “regalino” alle imprese.
Quelle imprese che in questi anni, come ha osservato nei giorni scorsi il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, invece di investire per innovare prodotti e processi «hanno rinviato, riducendo il costo del lavoro e sfruttando la flessibilità.»
Come dire che tutta questa precarietà non solo non ha portato più occupazione, ma è stata anche uno degli elementi che hanno fatto perdere competitività al nostro Paese.
Continuiamo pure così – verrebbe da dire, morettianamente – facciamoci del male!

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