11 Aprile 2014

Il miracolo del ciliegio nel cortile nascosto del monastero

Giorgia Mazzotti

Tempo di lettura: 4 minuti

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Un’esplosione di fiori rosa accoglie il visitatore nel cortile del monastero di Sant’Antonio in Polesine. L’albero che produce quei fiori è un ciliegio giapponese diventato famoso e che – all’improvviso in questi giorni d’inizio aprile – riempie gli occhi di chi entra in questo angolo nascosto di Ferrara con una fioritura potente eppure così fragile: quei fiori pieni, turgidi e vistosi si riducono in leggerissimi petali volatili appena vengono sfiorati dalle mani di chi pensa di coglierli o, peggio, di chi si illude di conservarli nella cattività di un vaso.

Il luogo dove è piantato l’albero è uno spazio un po’ segreto: ci arrivi solo se lo conosci o se hai deciso apposta di andarci. Ciliegio e monastero, infatti, si trovano in pieno centro storico, ma lontani dalle vie dei negozi e visibili solo da chi supera l’arco della porta in muratura che dà l’accesso all’area monastica. Perché la porta nella breve via del Gambone è aperta, ma ci entra solo chi sa cosa c’è vicino alla strada che prende il nome di Beatrice II d’Este; bisogna percorrerla traballando sui ciottoli rotondeggianti in auto, in bici o sulle scarpe coi tacchi. Questa zona nel pieno della città medievale ora è un po’ appartata e, nei secoli scorsi, era addirittura un’isola, una piccola isola circondata dal Po sulla quale era racchiusa la comunità delle suore di clausura. Adesso il Po non passa più intorno e del fiume resta solo il ricordo nel nome del monastero, che si chiama – appunto – in Polesine. Arrivare in questa zona quindi è diventato più semplice, non c’è acqua a separare l’edificio religioso dal resto del mondo, ma ci sono ancora le grate a dividere le monache in clausura, certo meno numerose che nei primi secoli dell’anno mille, quando la nobile Beatrice della dinastia Estense fondò quest’ordine religioso.

La tomba di Beatrice è l’elemento che, da sempre, assicura un selezionato e incessante pellegrinaggio di visitatori. Lo spiega Emanuela Mari, guida turistica di Ferrara, che ne racconta la storia con la confidenza di una studiosa appassionata. “Dopo la morte, il corpo di Beatrice viene lavato e un po’ di quell’acqua data ai fedeli che chiedono una reliquia”. Il liquido, secondo la tradizione, si rivelerebbe miracoloso e capace di produrre guarigioni e grazie. Ogni inverno, in prossimità della ricorrenza della morte, avvenuta il 18 gennaio, il sepolcro viene aperto e si riscontra che il corpo della beata resta incorrotto. Il rito vuole che la salma venga lavata dalle monache e l’acqua sempre conservata e offerta per le sue proprietà leggendarie. Si ha notizia dell’incorruttibilità del corpo di Beatrice fino al 1512. Dopo la corruzione dei resti mortali, rimangono le ossa e la tomba viene ridotta a un’urna di ferro, coperta da una pietra. Un po’ di anni dopo da quella pietra in inverno comincia a stillare un liquido, che ancora oggi esce e viene raccolto dalle monache, che lo conservano in piccole fiale.

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Un ramo del vecchio ciliegio e quello nuovo in fiore

La fama miracolosa di queste gocce, chiamate “lacrime di Beatrice”, porta qui un costante pellegrinaggio. La meraviglia dei visitatori in primavera è accentuata dalla fioritura maestosa dell’albero di ciliegio, di cui si hanno testimonianze a partire dagli anni ’40. Ma come mai l’albero è diventato così popolare? “In passato – spiega la signora Barbieri che da quarant’anni abita nel cortile affacciato sul monastero – era una pianta molto rara in città, praticamente l’unica di questa importanza, e quindi lo spettacolo della sua fioritura faceva scalpore”. L’albero, però, nel tempo si indebolisce, fino a seccarsi. Così, nel marzo 2011, il Comune, che è proprietario dell’area verde davanti al chiostro, fa piantare un nuovo ciliegio, che già un mese dopo fiorisce. Quest’anno, per la quarta volta, i fiori rosa tornano a sbocciare sui rami del giovane albero, a pochi passi da quello vecchio, ormai secco. E, uno dopo l’altro, arrivano nuovi visitatori, che catturano lo spettacolo della fioritura, splendente eppure così fragile, con gli occhi, con le mani o con l’obiettivo di uno smartphone.



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L’autore

Giorgia Mazzotti

Da sempre attenta al rapporto tra parola e immagine è giornalista professionista. Laurea in Lettere e filosofia e diploma dell’Accademia di belle arti, collabora con la rivista del “Gambero Rosso”, il periodico “Econerre” sull’economia dell’Emilia-Romagna e “CasAntica”. Per la Provincia di Bologna ha curato il sito “Turismo in pianura” e le segnalazioni su “Emiliaromagnaturismo” dedicate ad arte e cultura, gastronomia ed eventi del territorio.
Giorgia Mazzotti

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