Home > INCHIESTE & ANALISI > ALTRI SGUARDI > Il mondo che vogliamo

Come tedesco e non-residente a Ferrara non ho le competenze per intervenire direttamente nella campagna elettorale in corso per il prossimo sindaco. Non essendo a Ferrara stabilmente non conosco l’evoluzione della politica locale, il posizionamento delle persone e dei candidati. Forse però sono in grado di dare alcuni stimoli politici partendo dal mio particolare punto di vista che è un po’ fuori e un po’ dentro una città che amo.

Faccio il lavoro di scrittore e giornalista, ma da anni il mio impegno principale è quello di segretario generale della rete globale Giornalisti aiutano giornalisti in zone di guerra e di crisi; continuo questo lavoro come ‘campainer’ (‘networker’) anche quando sono a Ferrara. Anche a causa di quest’impegno in una ong che si occupa di giornalisti in galera, in fuga o minacciati, so benissimo cosa significa una stampa libera come pilastro fondamentale della democrazia e quanto siano importanti i diritti umani.

L’essere ogni giorno in contatto con tante altre ong in tutto il mondo mi consente di vedere direttamente un gran movimento di giovani, sia in paesi d’Europa sia in Africa, che si impegnano per un ‘mondo migliore‘, che lottano per costruire ‘il mondo che vogliamo‘. Fatto ulteriore da non sottovalutare, ci sono tantissime donne giovani e agguerrite (sia on sia offline) impegnate per migliorare il mondo più o meno fino oggi diretto da ‘maschi di potere’. Anche fra di loro c’è grande angoscia, non certo dovuta alla presenza di rifugiati o ‘stranieri’, ma soprattutto causata dalla violenza contro le donne che fanno, per esempio, il lavoro di giornalista in paesi come Nigeria, Kenia, India, ma ogni tanto anche in Europa.

La nostra organizzazione a Monaco è stata fondata durante le guerre in Ex-Jugoslavia negli anni Novanta, dopo l’assassinio di un amico e collega giornalista. È stato un periodo orribile per noi, ma che ci ha permesso di fare una esperienza ad personam di che cosa significhino il nazionalismo e il populismo fondati su slogan come “Prima noi, poi gli altri“.
Difficile, per me tedesco, anche capire la presenza, amichevole, di un importantissimo Ministro italiano (Matteo Salvini della Lega) durante una conferenza stampa del presidente di un partito della estrema destra, AfD, che minimizza i delitti epocali della Wehrmacht durante l’occupazione nazista in Italia.

In questi giorni ho sentito da una amica ferrarese uno sfogo davvero preoccupante: “Mai avrei pensato di sentire in Italia, dopo la seconda guerra mondiale, tanto odio verso gli ‘altri’, tanta paventata regressione della condizione femminile, tanta preoccupazione per il sé uniti a tanto disprezzo per la cosa pubblica”.

Certo ci sono problemi d’integrazione con rifugiati che non parlano la lingua italiana o l’inglese, che sono fuggiti da culture molte diverse da quelle dei paesi europei. La cultura dell’accoglienza anche in Germania ha spesso sottovalutato i problemi di integrazione (per esempio nel sistema di formazione, nel lavoro, nei confronti della sicurezza pubblica). Ma ‘gli altri’ possono offrire anche molte possibilità economiche e ‘profitti culturali‘ da non perdere: chi è fuggito da un paese non-democratico e senza diritti umani o da un ‘failed state’ (uno stato frantumato) può diventare un vero patriota quando si trova in un paese dove la legge è uguale per tutti.
Questa cosa per noi ovvia, non esiste in molti dei paesi dai quali fuggono: per esempio non esiste per le donne in Bangladesh, in Somalia, in Sudan o in Mali. Certo è difficile, talvolta anche molto faticoso, trovare un equilibrio fra una accoglienza umana (e per chi vuole anche cristiana) e una mentalità più tradizionale, radicata nel territorio. Ma non esiste una alternativa alla ricerca di quell’equilibrio tranne quella di progetti di separazione e di un razzismo aggressivo contro gli altri.

Per stabilire anche a Ferrara quel tentativo di integrare altre culture e per difendere un progetto europeo ancora più civile, più democratica e più multiculturale ci vogliono spiriti forti a livello locale. Sarà sicuramente molto faticoso ‘proteggere’ Ferrara da una mentalità chiusa, egocentrica, talvolta anche sprezzante contro gli altri che vengono da un altro mondo, da un’altra cultura, un’altra religione. Ma, ripeto, la legge è uguale per tutti.

“Può darsi che i tempi passati fossero più belli”, ha scritto una volta il filosofo francese Sartre, “ma viviamo oggi e siamo responsabili per il futuro, non solo per noi, ma anche per gli altri, quelli più giovani, quelli di una cultura diversa”.
Una Ferrara chiusa verso il mondo esterno dopo il voto di fine maggio non sarebbe certo la fine del mondo, ma dimostrerebbe all’ estero, sia ai turisti sia ai giornalisti durante il Festival di Internazionale in autunno, un brutto segno di un populismo senza speranza per il futuro. Come noioso, come vergognoso, come storicamente fallito suona quell’urlo ‘Prima noi, poi gli altri’. Gli ‘altri’ fanno parte di una nuova identità nostra, adatta a una sfida globale che verrà e si sente già in corso, che cresce giorno per giorno sia a Ferrara, sia a Monaco sia in tutta l’Europa.

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