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Un 2020 da ricordare

Il mondo tra deficit e risparmio:
Un 2020 da ricordare

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Il 2020 sarà un anno da ricordare, su questo non ci sono dubbi. Dal punto di vista finanziario è successo tanto, i governi sono scesi in campo per combattere la pandemia incrementando i deficit pubblici, eguagliando e superando addirittura i livelli della Seconda Guerra mondiale.
Ovviamente le misure, sotto forma di politiche fiscali, sono state diverse a seconda dei paesi e hanno riflettuto, in genere, il portafoglio di ognuno.
Di conseguenza, a fronte di un deficit contenuto della ricca e potente Germania che ha registrato un 4,2 per cento, c’è il Giappone che pur essendo stato meno colpito ha aumentato il deficit del 9.2 per cento, fino agli Stati Uniti che sono arrivati al 15,8 per cento. Biden, per il 2021, ha proposto complessivamente uno stimolo fiscale di 1.600 miliardi di dollari.
L’Italia è arrivata ad un deficit del 10,8 per cento e ha speso poco più di 178 miliardi di euro per sopperire ai danni causati dalla pandemia.

È interessante notare che, secondo i dati dell’Abi, i depositi bancari degli italiani sono aumentati da gennaio 2020 a gennaio 2021 di 181 miliardi di euro, questo farebbe pensare che la spesa dello Stato sia diventato il corrispettivo credito per i suoi cittadini, il che non sarebbe da considerare un male.
Da considerare poi che la spesa dello Stato (quindi il debito pubblico) del 2020 è praticamente gratis in quanto acquistato interamente dalla Banca d’Italia e dalla Bce. A fine 2020 la Banca d’Italia deteneva oltre 556 miliardi di Titoli mentre la Bce circa 170 miliardi e la notizia, in un mondo meno capovolto del nostro, dovrebbe rendere più sereno il sonno degli italiani.
A questo dato se ne affianca un altro relativo all’andamento della Borsa che a Marzo 2020 aveva toccato 13.000 punti e che ad Aprile ritroviamo a 25.000. Non siamo ai massimi, considerando che nel 2007 e prima della grande crisi, eravamo a oltre 40.000 punti ma è chiaro che la pandemia, almeno in questo settore, è stata superata.

Cosa significano questi numeri. C’è una spesa dello stato, un debito, sostenuta dalle banche centrali e quindi indolore per tutti ma che non si trasforma in guadagno in maniera altrettanto uniforme. L’aumento della liquidità, in sostanza, viene tenuto fermo sui depositi bancari oppure trasformato in speculazione finanziaria.
La società viene divisa tra chi è costretto a dare fondo al proprio salvadanaio e quelli che hanno aumentato a dismisura i propri guadagni, si pensi ad Amazon o alle case farmaceutiche. Tra l’altro l’aumento della disoccupazione permette salari più contenuti per cui la forbice sociale continua ad allargarsi.
Potremmo dire, per concludere, che i numeri dimostrano la possibilità di avere le risorse finanziarie per risollevarsi dalla crisi ma che queste servono a poco, se non ad aumentare la disuguaglianza, quando sono indirizzate male o non indirizzate per niente. La moneta senza politica aiuta il grande business e la rendita finanziaria mentre la gente ha individuato come nuovo nemico il dipendente, meglio se pubblico, segnando il passaggio dal conflitto generazionale (gioventù versus anziani pensionati), attualmente di cattivo gusto, al conflitto tra categorie.
L’importante, ovviamente, è che non si parli di classi.

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