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Concedetemi di dedicare la pagina della Città della Conoscenza di questa settimana all’espressione di tutta la mia indignazione. Almeno per chiedere scusa io, cittadino qualunque di questo Paese ormai spento e arenato, al giovane Daniele Doronzo, 17 anni di Barletta, perché certamente la scuola e le istituzioni non lo faranno.
Della sua vicenda si è occupata Repubblica, giovedì 6 novembre, con un bell’articolo in prima pagina di Giuliano Foschini.
Daniele è giovane, per tutti un ragazzo non ordinario, davvero un genio della fisica. Il suo sogno è fare uno stage al Cern e, sebbene non ancora diplomato, ci riesce. Per tutto il tempo dello stage è seguito da Gabriella Pugliese, dell’Istituto nazionale di fisica nucleare di Bari, che racconta come ancora oggi al Cern continuino a chiedere di lui. Persino la dottoressa Fabiola Gianotti, ora nuovo direttore del Cern, ne è rimasta subito colpita.
Ma Daniele frequenta una scuola ‘falsa amica’, il liceo classico di Barletta. La passione per la fisica non lo trattiene, non solo vuole andare al Cern, ma anche prepararsi all’ingresso nelle università americane. Per fare questo gli è necessario anticipare di un anno la maturità, del resto la legge lo consente a tutti gli studenti che negli anni precedenti hanno conseguito almeno otto in ogni materia.
È giusto il caso di Daniele, studente brillante. Ma Daniele dal punto di vista del comportamento lascia a desiderare, arriva a scuola in ritardo e in gita scolastica ha ‘persino osato’ sfidare i professori facendo un bagno in mare. Daniele va punito con un sette in condotta e, nonostante la sua bravura, anche con un sette nella sua materia preferita, la fisica. La punizione deve essere esemplare, soprattutto agli occhi degli altri alunni. Come conseguenza Daniele non può anticipare l’esame di Stato e deve dire addio ai suoi sogni.
Daniele al Cern ci è andato ugualmente, perché quegli adulti intelligenti che non ha incontrato nella scuola, fortunatamente li ha trovati al di fuori; inoltre, a proposito di ‘brain drain’, ora Daniele è in America a San Francisco per prepararsi agli esami.
In questa storia la nostra scuola e gli insegnanti ci fanno una figura da ‘ignoranti’, da ‘capre’, come direbbe Sgarbi, uno delle mie parti.
Capite la confusione? È come mescolare pere con patate. La scuola italiana è ancora questa, tu potrai anche essere un genio, ma se non rispetti la disciplina, prima di tutto devi essere educato! Ecco il vizio d’origine del nostro sistema scolastico: educare anziché istruire. Lo diceva un ministro dell’istruzione del regno, già nel lontano 1894, un certo Guido Baccelli: “Istruire il popolo quanto basta, educare più che si può”.
Non si tratta di uno dei tanti fatti di colore a cui il nostro Paese è ormai avvezzo. I docenti hanno ritenuto loro dovere abbassare la media dei voti di Daniele, a prescindere dal suo profitto. La motivazione? “Ci sfidava, il nostro compito non è promuovere i talenti ma educarli”.
Sì, avete letto bene, alla faccia del successo formativo! Non promuovere i talenti? Ma dove siamo? E noi cittadini dovremmo pagare una simile scuola, un simile preside e simili insegnanti, con l’arroganza di presumere d’aver ragione? Cosa ce ne facciamo di questa scuola che tutto uniforma ed omologa al ribasso?
Disciplina e profitto si mescolano indifferentemente in un unico calderone. La scuola non ha il suo articolo 18 che tuteli gli studenti dalla stupidità di certi insegnanti e di certi ministri.
Anzi i giovani sono mine vaganti che vanno controllati ed educati, perché ancora nel terzo millennio c’è qualcuno che pensa che sono più importanti le convenzioni dell’istruzione.
Il caso di Daniele per la sua enormità ha raggiunto le cronache nazionali, ma è solo emblematico di una situazione più diffusa di quanto si creda. Di un moralismo d’accatto che ancora spira il suo vento in molte delle nostre scuole.
Una scuola moralista e burocrate che certifica non il tuo sapere reale, ma la tua condotta sociale, non di adulto, ma di ragazzo che cresce, che deve ancora conquistare se stesso e tutto della vita, messo di fronte al tribunale di adulti incapaci di educare, perché incapaci prima di tutto di essere degli autentici educatori.
Ma la questione va raccontata tutta fino in fondo. Perché nel nostro paese dal 2009 vige il Dpr n.122, voluto dall’allora ministro Gelmini, con il quale è stato introdotto il cinque in condotta e il principio che la condotta faccia media con le altre discipline. Si è data così legittimità ad un’aberrazione didattica e educativa, proprio nel luogo per eccellenza deputato all’istruzione, per cui il numero delle pere può fare media con il numero delle patate.
“Si torna, dunque, a una scuola del rigore che fa del comportamento un elemento significativo per formare la personalità dei ragazzi” dichiarò allora il ministro.
Il comportamento che fa media con il profitto, l’ossessione di piegare il ramo storto della gioventù. La punizione che non distingue, che non dialoga, che è stupida perché non si limita a sanzionare la tua condotta, ma si spinge fino a mortificare e umiliare la tua intelligenza. Qualcosa che proprio nella scuola non avrebbe mai dovuto trovare una simile cittadinanza.
Ciò che preoccupa di più è che nessun proclama di renziana ‘buona scuola’ può oggi essere credibile, se non si esprime chiaramente innanzitutto la volontà di mettere mano a questo decreto così bislacco, perché la sua permanenza legittima qualunque presunta ‘buona scuola’ ad essere per davvero una ‘scuola cattiva’.

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