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Il motto del ‘silentium’ e l’elogio della ‘pavonite’

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Pentito ma non confuso vorrei chiudere il tormentone del “Fassina chi?” appellandomi all’ottimo articolo di Filippo Ceccarelli su ‘la Repubblica’ di ieri, dal titolo assai indicativo: “Di Battista chi? La battuta è un virus e lo sberleffo dilaga tra Twitter e vignette”. A mia parziale scusa nell’aver insistito tanto sull’argomento è che intendevo forse ingenuamente aprire perlomeno una discussione con l’assessore Marattin e/o almeno con l’amico Simone Merli che so renziani della prim’ora. Purtroppo solo il monastico “silentium” è stata la risposta alle mie sempre rispettose provocazioni. Vabbè! Si vede è quello che si merita in politica il “Venturi chi?” Che per fortuna non si applica al campo culturale… Almeno per ora secondo la strategia del Palazzo.
Tuttavia mi pento (ma lo rifarei) proprio appellandomi all’analisi lucidissima di Ceccarelli che rifacendo la storia dell’insulto-provocazione ne traccia i risultati: “… si è portati a ritenere che il motore e neanche troppo segreto del ‘Chi?’ è il fastidio. Ma per essere innescato al meglio, tale stato d’animo deve combinarsi con una grande considerazione di sé, leggi pure narcisistica e carburarsi con una spontanea vocazione al dileggio, sia pure del genere affabile-autoritario in voga nel XXI secolo”. Trovo l’analisi perfetta e coinvolgente. Il narcisismo (che anch’io frequento nella mia produzione critica e da me denunciato come “pavonite” che se dichiarata è senz’altro meno ipocrita della falsa umiltà). Quello che trovo -come ho detto sin dal primo intervento- poco eticamente (da vecchia scuola) riprovevole è il dileggio: atteggiamento di cui sono immune. E di questo chiedevo ragione ‘in dialogo’. Perché allora il ‘silentium’ secondo la più praticata esperienza dell’Accademia? Perciò dichiarando chiusa la vicenda che una carissima amica renziana e a cui voglio molto bene, Maria Grazia Bertaso, vorrebbe concludere come una “questione di lana caprina” faccio mie le parole di Ceccarelli che si rifanno anche alla bella analisi di Ilvo Diamanti di cui ho dato ragione: “… il ‘giochino’, motto superbamente matteiano, colpisce, ha successo, e si propaga perché va diritto al cuore di quest’epoca post-ideologica che, fertilizzata a colpi di talk-show e di reality, consuma, digerisce e volge in scarti comunicativi e bulleschi qualunque opinione, sentimento e virtù. In altre parole: chi si sente ormai arrivato, popolare, superiore, ha il diritto non solo e non tanto di maltrattare gli avversari, ma li dichiara del tutto sconosciuti, quindi inesistenti, e per taluni addirittura morti”. E su tutto calerà il silentium!

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