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(SECONDA PARTE)

Il natale del professor Uberzeit
(SECONDA PARTE)

Tempo di lettura: 7 minuti

Il treno raggiunse la stazione di Nizza la mattina dopo alle nove. Un viaggio lungo la costa della Liguria, estenuante, incattivito da frequenti interruzioni dovute alla neve e al ghiaccio che per lunghi tratti ostacolavano il passaggio dei treni. E poi la Riviera. Per qualche strana ragione Uberzeit  era riuscito a dormire per alcune ore, nonostante i compagni di viaggio troppo loquaci e lo scomodo sedile di legno riservato ai passeggeri di seconda classe. Forse perché la semplice idea di viaggiare lo rinfrancava e lo rilassava, lo aiutava a evadere dalle sue prigioni mentali.
Quando fuori dal tunnel della stazione raggiunse l’aria aperta e apparve il lungomare, la vista del sole e del mare, sia pure di un sole pallido e di un mare agitato e nerastro, lo rianimarono. A passo veloce si incamminò senza una meta precisa. Non perché non sapesse dove andare, conosceva bene Nizza e la frequentava da molti anni, ma nel suo intimo era indeciso tra due diverse destinazioni. Alla fine optò per la libreria del vecchio Demetrio Dogliani, un uomo saggio, dedito al suo lavoro, che  più volte gli aveva procurato libri preziosi e introvabili. Per l’altra destinazione aveva bisogno di tempo e di preparazione spirituale.
Molti palazzi e ville dal passato glorioso erano ancora ridotti in macerie dopo il terremoto del febbraio 1886, ma lui vi passò accanto senza restarne turbato. Erano morti a migliaia in tutta la Riviera, ma per Uberzeit le catastrofi naturali andavano considerate eventi benefici: costringevano gli uomini a farsi forza e a sollevarsi dalle meschine preoccupazioni della vita quotidiana.
Dal lungomare piegò a destra verso il Boulevard Victor Hugo e raggiunse la vecchia libreria in Rue Rossinì, a poca distanza da uno dei più celebri fiorai di Nizza e di tutta la riviera. Scese i tre gradini che conducevano al grande salone centrale dove erano accatastati tra i soffitti di legno e le pareti in pietra migliaia di volumi, vecchi e nuovi, pezzi di antiquariato e libri ancora profumati di inchiostro fresco, stalattiti e stalagmiti di titoli e di autori nel quale solo lui, il vecchio Dogliani dalla chioma candida, sapeva orientarsi. Il libraio gli si fece subito incontro con grande cordialità, una cordialità professionale, con quella deferenza un po’ sospettosa riservata ai clienti illustri ma imprevedibili, per non dire bizzarri.
“Herr professor! – esclamò in tedesco col suo accento franco-piemontese – Sono così felice di vederla. Temevo che dopo il suo trasferimento a Torino non si sarebbe più degnato di venire a trovare la nostra modesta libreria. Mi dica, qual buon vento la porta qui da noi?”
“Un vento di neve” replicò Uberzeit, che avrebbe voluto ricambiare quella cordialità. Ma si accorse con sgomento che a forza di vivere come un eremita non riusciva più a comunicare alcun calore umano. Riuscì solo a dire:
“Sono venuto a Nizza in cerca di un po’ di sole e di qualche buon libro.”
Il vecchio libraio si lisciò la barba bianca ben curata. Molte voci correvano e lui aveva sempre sospettato che il professor venisse a Nizza in cerca di ben altro che i libri e che quella fosse solo  una patetica scusa. A Torino non mancavano ottime librerie, non era necessario avventurarsi fino a Nizza, specialmente d’inverno. Ma era un uomo di mondo e sapeva bene che certi pensieri è saggio tenerseli per sé.
“Mi sono arrivate delle raccolte di lirici greci, naturalmente in lingua originale, un’ottima edizione, professore, mi creda, come anche certi studi sui miti orfici…”
“No, no, no! – lo interruppe con uno scatto di nervi Uberzeit – Sono stanco dei greci, delle loro  liriche, delle loro tragedie e della loro mitologia.”
Anche la voce stridula e lo sguardo cupo tradivano stanchezza e esasperazione.
“Non si disturbi, Dogliani. Faccio da solo.”
E cominciò a rovistare sui tavoloni e tra gli scaffali. Teneva il naso incollato alle costole dei libri,  borbottando a voce alta i titoli che gli cadevano sotto gli occhi miopi. Si capiva perfettamente dalle smorfie e dal tono di voce quale fosse la sua opinione su ogni libro che gli capitava tra le mani e il libraio non si perdeva mai quello spettacolo. Nonostante avesse poco più di quaranta anni, ai suoi occhi il professore sembrava afflitto dai sintomi caratteristici di una demenza senile incipiente.
“Ah! Ecco i russi! – esclamò – E questo cos’è?” disse mostrando al libraio un grosso volume, nuovo di zecca, che aveva appena sfilato dallo scaffale centrale.
“Ah, lei ha messo le mani su un bijou, Herr Professor! E’ nientedimeno che l’edizione francese di ‘I fratelli Karamazov’ di Dostoevskij, l’ultimo romanzo che ha scritto prima di morire. Purtroppo è incompiuto, dicono, anche se a me, che l’ho letto tutto, non sembra affatto incompiuto. Doveva essere il primo volume di una grande opera intitolata ‘Le memorie di un grande peccatore’, così ho letto. Posso venderglielo a settanta franchi.”
“Ah, Dogliani! Lei abusa delle mie debolezze. Sa benissimo che non resisto di fronte a questi maledetti russi. Ecco cinquanta franchi e facciamola finita.”
La trattativa si concluse, come da canone, con sessanta franchi. Non era certo un affare per il professore, i quattromila franchi al mese di pensione che riceveva dall’Università di Lipsia da quando per ragioni di salute aveva dovuto lasciare l’insegnamento gli toccava sperperarli in buona parte in medicine e visite mediche. D’altra parte sapeva bene quanto fosse difficile trovare certi libri. E lo sapeva bene anche Dogliani, coi suoi prezzi esorbitanti. In cuor suo maledisse il libraio e si affrettò ad uscire da quella bottega prima che riuscisse a propinargli qualche altro bijou.
Quando fu di nuovo in strada, dopo un po’ gli giunse alle narici un profumo meraviglioso che lo lasciò stordito. “Divino!” mormorò tra sé “Divino!” Poco più in là il più famoso fioraio di Nizza, Monsieur Ballaràt, aveva esposto all’aperto grandi vasi di rose e crisantemi lasciando che il vento  diffondesse nell’aria quel profumo di paradiso.
Il pensiero del paradiso lo ricondusse mentalmente allo scopo principale del suo viaggio. Si recò dal fioraio, comprò per altri trenta franchi un grande mazzo di rose e crisantemi e tornò indietro sui suoi passi verso il lungomare. Con ‘I fratelli Karamazov’ in una mano e il mazzo di fiori nell’altra si concesse una pausa: si appoggiò al parapetto e rimase lì ad ammirare le onde che ora splendevano  solenni, con i loro riflessi metallici, sotto il sole già alto e un cielo che si faceva già più luminoso.+
“Quando mai nascerà un altro Turner capace di dare vita alla luce?” si disse con il cuore gonfio di commozione. Si stava preparando all’incontro con Louise, la vera ragione del suo faticoso viaggio oltreconfine. In quel momento, lì sul lungomare, riuscì a immaginare un barlume della tanto disprezzata felicità, e forse con l’immaginazione lo assaporò per davvero. Rimase così, immobile, con lo sguardo perso davanti allo scenario del mare invernale. Una giovane donna bruna, molto attraente, gli passò accanto e sorrise nel vedere quello strano uomo tutto imbacuccato che stringeva nella mano un mazzo di fiori, immerso in totale contemplazione. Ma lui non si accorse di quella donna né del suo sorriso.
Il professor Uberzeit, come il suo cognome stava a testimoniare, era dotato di capacità profetiche, forse più di quanto lui stesso non sospettasse, ma non sapeva di aver pagato sessanta franchi per la sua rovina definitiva.

(continua)

Terza parte [Vedi qui]

Prima parte [Vedi qui]

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