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di Liliana Cerqueni

Pensare anche solo per un attimo che ‘il nemico’ può scatenare le nostre inquietudini, le paure e l’estremo terrore fino a ridurci all’impotenza o, al contrario, rafforzare la nostra identità, il nostro senso di appartenenza e la nostra effettiva sostanza attraverso una consapevolezza più profonda del nostro potenziale, è allarmante ma necessario. Il nemico, nella nostra lunga storia, non è altro che l’altro volto di noi che reca in sé sempre e comunque qualcosa di riconoscibile. Una figura di cui non possiamo fare a meno, che ci permette di misurarci e confrontarci con noi stessi in un dialogo, i cui presupposti dovrebbero essere l’onestà intellettuale, la volontà di riconoscere questa dualità e la ricerca di spazi che ci consentano di sperimentare e vivere positivamente questa dimensione oppure, viceversa, conflittualmente ma consapevoli di ciò. Una dimensione però che resta sempre e comunque duale. Quando Carl Schmitt si riferisce all’idea di Stato e di Popolo, richiama all’idea di unità politica come raggruppamento di amico (der Freund) e nemico (der Feind), due volti della stessa realtà interna, dove per nemico egli intende l’altro (der Fremde) in senso esistenziale. Il binomio di amico-nemico è la rappresentazione di gruppi di individui impegnati in una lotta virtuale ma effettivamente realizzabile in termini concreti. La guerra è l’atto estremo di scontro in cui è possibile la morte fisica, una condizione che l’uomo deve sempre tener presente.
Nel processo di riconoscimento e collocazione del ‘nemico’ interno nel tutt’uno, diventano chiari ruoli e funzioni e tutto si riconduce a una realtà complessiva plausibile e comprensibile. Il rapporto tra amico e nemico può essere quindi di concordanza ma anche neutralità o conflitto. Ciò che è avvertito come estraneo, diverso, ‘altro’ e quindi sospettabile e temibile, viene assorbito per convenienza, rigore morale, impulso umanitario, istinto di sopravvivenza e altre ragioni, oppure affrontato con ostilità.
Nelle varie epoche lo scontro amico-nemico ha trovato prevalentemente terreno fertile nelle guerre dove la figura del nemico rimaneva sempre un riferimento certo e distinguibile: le orde barbariche nella civiltà antica, gli eserciti di blocchi alleati dell’altro fronte nelle due guerre mondiali, un antitetico modello sociale, culturale ed economico nella Guerra Fredda… Nemici visibili e identificabili, che venivano combattuti, vinti o lasciati amaramente festeggiare i loro trionfi, contrastati, osteggiati ma a cui era possibile dare un volto e un valore.
In epoca globale, il nemico è profondamente cambiato e le guerre si combattono negli angoli più disparati del pianeta per l’affermazione esclusiva dell’identità religiosa, sul fronte finanziario nelle piazze affari, sulle piste del narcotraffico per il controllo e la dominanza, sulle rotte dell’immigrazione diventata un colossale affare, nelle sale dei bottoni per le decisioni che cambiano geografie e storie. Guerre irriconoscibili, stravolte, che sfuggono ai canoni a cui la Storia ci aveva abituati, quella Storia che si continua ad insegnare nelle scuole e che pur nella sua crudezza ed atrocità non provoca estraniazione e senso di insicurezza identitaria. Non sappiamo più distinguere l’amico dal nemico, non siamo più in grado di riconoscere il valore del nemico e quindi il nostro valore. Il nemico è semplicemente un’ombra spettrale che avvertiamo ma non possiamo visualizzare. Siamo inquieti perché non riusciamo a costruire l’immagine dell’altro, fantastichiamo scenari e bersagli senza poterci appigliare alle nostre certezze perché il fantasma è impalpabile, immateriale e colpisce quando, dove e come non sappiamo. E nel frattempo, viene meno il confronto/scontro che permette di costruire civiltà.

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